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UNIVERSITA'/ Anvur, valutazione, concorso: il doppio cortocircuito della "riforma"

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Si tratta di valutazioni idoneative: chi viene ritenuto dotato dei titoli adeguati potrà essere poi ammesso a partecipare a concorsi in sede locale. Dunque, se si guarda oltre la propaganda del “concorso nazionale”, si comprende che i concorsi saranno in realtà “iperlocali”: in ciascun ateneo saranno costituite commissioni, per singoli dipartimenti, in ciascun settore. 

Chi, tra gli idonei, passerà questa fase ulteriore? Una plausibile risposta a questa domanda non può non tenere conto della sorte che ha subito l’organizzazione dell’università in sede di attuazione della legge 30 dicembre 2010, n. 240: la torsione nel verso dell’unidimensionalità e dell’accentramento del sistema di governo intorno alla figura del rettore e del consiglio di amministrazione, specie quanto all’impiego delle risorse; la soppressione delle facoltà e l’imposizione di un modello organizzativo unico che conserva e aggrava le antiche disfunzioni (talvolta, poi, in singoli atenei sono state compiute scelte che, con l’obiettivo impossibile di far sì che “nulla cambi”, hanno inferto ulteriori colpi all’efficienza del sistema). In siffatta “Università Riformata”, sono stati approvati regolamenti sui concorsi assai “blandi”, tali da renderli perfettamente “domestici”.

Tra i tanti eletti (gli idonei) quanti e quali saranno allora i chiamati (i vincitori locali)? Il rovesciamento del Vangelo di Matteo non sembri casuale: l’effetto è davvero “diabolico”, poiché saranno chiamati coloro (pochi) per i quali il rettore e il suo cda avranno apprestato un budget, concedendolo al singolo dipartimento in vista della copertura di uno specifico insegnamento. I chiamati saranno dunque i “conformi” al contesto politico locale. O coloro che passeranno attraverso il canale del familismo, del clientelismo, o altro: ciò che è sempre avvenuto, ma in casi limitati; eclatanti, odiosi, allarmanti, ma limitati. Oggi questa sarà la regola con pochissime eccezioni. 

I “chiamati” in siffatte forme e con siffatto fondamento saranno anche i migliori sotto il profilo scientifico? È lecito dubitarne. Né potrà far da argine la selezione preliminare nazionale in sede di accertamento dell’idoneità. Essa, infatti, per come si è venuta conformando (calcolo preliminare del superamento della “mediana”, che però – afferma l’Anvur, e con l’Anvur il ministro – è “derogabile”; bassa qualità “imposta” della produzione scientifica; arbitraria valutazione di eccellenza delle sedi di pubblicazione) sembra la più acconcia a provocare la massima apertura al riconoscimento del titolo. Il lavoro delle commissioni, infatti, si svolgerà sotto l’incombenza dei ricorsi giurisdizionali, tanto più gravosa in ragione delle determinazioni disinvolte che hanno segnato ogni fase dei procedimenti sia di valutazione sia di concorso.

Per l’area giuridica, si aggiunga il numero elevatissimo di domande presentate da “esterni”, pubblici funzionari e soprattutto magistrati di ogni giurisdizione e di ogni grado: un ulteriore formidabile “carico” per le commissioni. E il carico è, in generale, davvero quasi insostenibile: sono stati contati 46mila candidati, di cui 20mila esterni ai ruoli dell’università.

In simili condizioni la via più facile sarà quella di tendere a riconoscere l’abilitazione a tutti, salvo casi estremi di “impresentabilità” sostanziale, in modo da “prevenire il contenzioso”. Poi la partita si giocherà nelle sedi locali. Appunto.



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