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SCUOLA/ Preside cercasi. Ecco perché non "si trovano"

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Anche i contesti territoriali alpini nei quali io vivo, per esemplificare, con i loro bei confini fortemente segnati dalle cime dei monti, dalle valli, dai laghi, dai fiumi e dalle abetaie, non bastano più a determinare un’identità culturale che pare essere sempre più fragile e cangevole. Ogni tentativo di fissarla in alcuni caratteri per così dire da “museo etnografico” è miseramente fallito. 

In prospettiva risulta assai difficile anche solo immaginare gli approdi di questo nuovo straordinario cammino dell’uomo. Basta una visione ecologica o culturale o amministrativo-istituzionale dello spazio o ne serve una globale, tutta da scoprire e inventare? O tutte queste raffigurazioni del reale sopravvivranno insieme? 

Pare insufficiente a decifrare il possibile futuro del concetto di territorio anche la triade, di evidente ispirazione marxiana, di “globale”, “locale” e della loro pretesa sintesi “glocale”. Una categoria, quest’ultima, che ha avuto un certo successo nella letteratura sociologica degli ultimi anni, ma che a me pare del tutto improponibile e surreale, un prodotto di ingegneria genetica che non esiste in natura. 

Più convincente e suggestiva sembra invece “la Via” di Edgar Morin, laddove suggerisce di andare “oltre le alternative”. “Per elaborare le vie che si ricongiungerebbero nella Via, dobbiamo far venire alla luce delle alternative: mondializzazione/ demondializzazione; crescita/ decrescita; sviluppo/inviluppo; trasformazione/ conservazione. Occorre, nello stesso tempo, mondializzare e demondializzare, crescere e decrescere, sviluppare e inviluppare, conservare e trasformare. L’orientamento mondializzazione/ demondializzazione significa che se si devono moltiplicare i processi di comunicazione e di planetarizzazione culturale, se si deve generare una coscienza di Terra-Patria, coscienza di una comunità di destino, si deve anche promuovere lo sviluppo del locale nel globale. La demondializzazione darebbe una nuova vitalità all’economia locale e regionale...

La scuola è totalmente immersa in queste dinamiche in continuo divenire, anche se non sempre pare accorgersene inseguendo, come fa a volte ostinatamente e ciecamente, modelli del passato. Non può sottrarsi però alle domande incalzanti di cambiamento e deve inevitabilmente aprire la finestra su un mondo che stavolta si annuncia per davvero “nuovo”.

È ora da chiedersi come si pone il dirigente scolastico in questi scenari di cambiamento. Volendo rappresentare con un’icona il ruolo e il posizionamento del dirigente scolastico rispetto alla scuola e al territorio viene alla mente una microscopica struttura del sistema nervoso, la sinapsi. Essa, dal greco sunaptein, vuol dire “connettere”. È una particella altamente specializzata che consente la comunicazione bidirezionale delle cellule del tessuto nervoso (neuroni) tra loro o con altre cellule (cellule muscolari, sensoriali o ghiandole endocrine). Attraverso la trasmissione sinaptica, l’impulso nervoso può viaggiare da un neurone all’altro o da un neurone ad una fibra muscolare e viceversa. In realtà nella sinapsi le cellule coinvolte non entrano in contatto direttamente tra loro. L’aspetto sorprendente è che i messaggi vengono filtrati e non tutti passano. La sinapsi, quindi, ha una sua “intelligenza”. Senza la sinapsi tutto il nostro sistema nervoso sarebbe cieco e sordo, con gli effetti che è facile immaginare.



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