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SCUOLA/ Cari prof (e studenti), "messaggiare" non è comunicare

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Vittore Carpaccio, S. Agostino nello studio (1503; immagine d'archivio)  Vittore Carpaccio, S. Agostino nello studio (1503; immagine d'archivio)

In prima approssimazione il concetto di retorica può essere efficacemente raccolto nella tradizionale definizione di «ars bene dicendi», «arte di parlare bene». Questa nota definizione permette di cogliere, senza troppi preamboli e senza particolari difficoltà, l’evidenza a partire dalla quale la retorica si costituisce come disciplina: il rapporto dell’uomo alla parola e i rapporti tra gli uomini attraverso le parole non possono essere adeguatamente descritti e rigorosamente indagati all’interno di un sapere che si limiti ad analizzare le grammatiche e le strutture logiche che governano i codici utilizzati per comunicare. L’uomo non è solo intelletto ma anche corpo e la sua esperienza è in ogni istante abitata da sentimenti e passioni, paure e timori, ecc.; di conseguenza è necessario considerare gli effetti che ogni atto di parola inevitabilmente produce all’interno delle diverse situazioni umane. 

Ora, è proprio una simile attenzione a costringere ad interessarsi a questioni relative all’efficacia comunicativa, all’eleganza formale, alla bellezza espressiva, ecc., sollecitando così l’elaborazione di un sapere che sia capace di concentrarsi sul «modo» stesso in cui ci si esprime: non è infatti sufficiente sapere parlare correttamente, dato che bisogna sempre sapere parlare anche bene. Si può dunque affermare, sempre in prima approssimazione, che la retorica, in quanto disciplina, si configura come il deposito di quell’ininterrotta riflessione sulla parola umana che si sviluppa a partire da una coscienza dell’atto comunicativo come fenomeno drammaticamente coinvolto in dinamiche che non sono riducibili alle sole necessità della verità logica e della correttezza grammaticale.

Tuttavia, ecco la grande questione, una questione che resterà sempre aperta, che cosa significa «parlare bene»? A tale riguardo vale la pena ricordare le perplessità di padre Lamy di fronte alla definizione della retorica come l’«arte di parlare bene per persuadere» (in verità questa definizione è simile ma non identica a quella ricordata in apertura), definizione ch’egli considerava ridondante perché non si «insegna» un’arte per fare male qualcosa, ma soprattutto perché ogni volta che si parla lo si fa sempre allo scopo di portare sulle proprie posizioni coloro ai quali ci si rivolge. 

In tal senso si potrebbe sostenere che «bene» significa proprio «capace di persuadere», «efficace» nel senso del riuscire ad imporre all’altro, proprio attraverso quel sapiente uso delle parole di cui solo la retorica detiene il sapere, la propria opinione. Il millenario conflitto tra filosofia e retorica, alle quali è possibile ricondurre quelle che sono state definite le «due culture» di riferimento della tradizione occidentale (quella scientifica e quella umanistica), riguarda il senso e le conseguenze di tale imposizione: infatti, obietta il filosofo, si può «dire bene» anche il «male», o «dire bene» anche il «falso» facendolo così sembrare «vero», con il risultato di riuscire ad «ottenere ragione» senza «avere ragione». È del tutto evidente che il prodursi di un simile «inganno» non può che avere conseguenze nefaste nei rapporti interpersonali tra gli uomini, fino al punto di mettere in pericolo, ad un livello politico più generale, la tenuta stessa del vincolo civile.  



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