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SCUOLA/ Giulia (classico): vogliamo un prof che abbia negli occhi ciò che insegna

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-10, particolare. Fonte: Wikipedia)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10, particolare. Fonte: Wikipedia)

Se intercorre una frattura, un disinteresse tra contemporaneità e tradizione è perché l’uomo moderno non è più abituato a tenere alta la fiamma del desiderio, nell’attesa di trovare un qualsiasi compagno di strada, un amico, un poeta, che non lo faccia più sentire solo nel suo cammino. L’uomo moderno si nutre del finito e così lo studente si nutre di piccoli obbiettivi, di piccoli voti, di piccole soddisfazioni. Talvolta la bellezza è ancora più insostenibile del male, è insopportabile nella sua inafferrabilità, è rischiosa. Se la bellezza porta con sé una fatica, un rischio, perché dovremmo essere disposti ad abbandonarci ad essa? Come può, un giovane, riappacificarsi con la bellezza dopo esserne rimasto deluso? Come può se non trova maestri all’altezza del suo desiderio?

Io mi chiederei innanzitutto con quale prospettiva un professore decida di entrare in aula. A noi non interessa quanto l’insegnante abbia preparato bene la lezione, quanto l’insegnante sia colto ed erudito. A noi studenti interessa incontrare persone certe che valga la pena vivere, persone disposte ad amare la nostra fatica, il nostro rifiuto, persone disposte a educarlo, a correggerlo. Nessuno oserebbe dirci che studiare è sconveniente, ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di darcene le ragioni? E soprattutto di mostrarcele?

Jean-Louis Chrétien ha detto che soltanto ciò che ci lascia senza parole è meritevole di essere espresso. Esistono ancora professori convinti della dignità di ciò che insegnano? Chi è quel professore che ha negli occhi e nella voce i suoi filosofi, la sua materia? Trovare uomini così significherebbe trovare in chi riporre fiducia, significherebbe poter essere disposti a usare autenticamente la propria libertà, essere disposti alla fatica. 

La bellezza è faticosa, la bellezza del passato è faticosa, l’intensità delle questioni può essere pesante se nessuno ci assicura che vale la pena affrontarle. L’uomo per sua natura è attirato dalla conoscenza. Ma se è vero, come ha affermato Dante nella Divina Commedia, che studiare significa amare, allora il far fatica a studiare porta dentro di sé una fatica nell’amare. La scuola, attraverso la tradizione, attraverso la letteratura dovrebbe essere il luogo dell’amore, quel luogo dove noi possiamo allenarci ad amare.

Giulia Guidi - Liceo classico Don Carlo Gnocchi, Carate Brianza



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COMMENTI
04/11/2012 - La passione per la verità (ALESSANDRA MODUGNO)

Cara Giulia, grazie delle tue riflessioni e di avermi ricordato del diritto che voi studenti avete di avere in noi docenti dei testimoni di una passione per la verità - che è un altro nome della bellezza - motivo profondo e radicale che dovrebbe stare all'origine della nostra professione. Il vostro diritto al bello e al vero è il nostro stesso impegno a portarli alla luce. Si tratta del gioco di due responsabilità: la nostra, quella di accendere la vostra domanda e di indicarvi itinerari di risposta, la vostra, quella di sollecitarci a mantenere giovane la nostra passione - se essa si fosse affievolita o spenta -, o ad avere il coraggio di non occuparci di educazione se questa passione per il bello e il vero, che è passione per l'essere e per l'uomo in particolare, non l'abbiamo mai avuta, convinti che insegnare fosse una professione come le altre. Infine, un appello: giovani uomini e donne di qualità, nonostante tutti gli ostacoli posti da riforme deboli, ministri non fondati nella realtà, demotivanti e inadeguati concorsi, desiderate di impegnarvi a educare, cominciando ad esigere di essere orientati dagli adulti con cui avete relazione e preparandovi per essere adulti diversi da quelli da cui state ricevendo meno di quanto meritate e desiderate. Si tratta di impegnarsi a realizzare una "rivoluzione": fuori dalla scuola persone che non hanno avuto le doti per occuparsi d'altro, per le quali il lavoro è solo un diritto, che vivono la cultura in modo autoreferenziale.