BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ L'inno di Mameli, uno strano "rap" che potrebbe piacere ai giovani

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto

Solo alla fine pensi proprio al povero vecchio Inno degli Italiani, del poco conosciuto Mameli e dell’ignoto Novaro. Noi nati tra la fine dei 50 e l’inizio dei 60 siamo gli ultimi che, a scuola, ci siamo sentiti raccontare quei valori là, a volte anche con quella retorica che poi, per tanti di noi, è stata fra le molle per il loro successivo ripudio. Un inno che già allora non ti facevano leggere per intero, se non altro perché quella compilation di eroi patrii, dal teppistello Balilla in giù, suonava troppo nostalgia del passato regime. Un testo fiacco, una musichetta dappoco; la neonata Repubblica aveva pensato di usare in alternativa la Canzone del Piave, che aveva lo svantaggio di essere fin troppo legata a ricordi più freschi e sanguinanti rispetto a Gavinana e ai Vespri. Così, in mancanza d’altro, si era ripescata la vecchia marcetta, che era stata trascurata dal fascismo, definendola “inno provvisorio”: pane per i denti degli spiriti liberi ed anticonformisti dell’epoca, da Guareschi a Mosca a Jacovitti, di fronte alla provvisorietà della nuova, stremata patria. Ai tempi del gloriosoGiornale di Montanelli mi pare fosse stato un altro spirito del genere, Giorgio Soavi, a proporre in alternativa il Va Pensiero, cui per supremo oltraggio pochi anni dopo capitò la sorte che sappiamo.

Eppure. Eppure pensi che l’hai cantato tante volte e spesso per qualcosa di più importante di una partita. Che domenica scorsa, vicino a te in cappello alpino, davanti al Monumento ai Caduti del tuo borgo lo cantavano a squarciagola proprio i ragazzi di una scuola superiore, in onore del 4 Novembre. E in fondo gli vuoi bene, alla povera marcetta che ha però accompagnato lutti ed onori di tre generazioni repubblicane, guadagnandosi sul campo il merito ed il rispetto che già Ciampi rivendicava. Sta adesso a trovare il modo per parlarne ai ragazzi; un esempio l’aveva dato un Benigni raramente ispirato, sull’improbabile palco di Sanremo: sussurrata e tremante, con la voce di un ragazzo che davvero vuol credere di esser pronto alla morte. Oppure, far notare che quei versi saltellanti a rime alternate e quella musica poco marziale erano, ai tempi dei ragazzi della Repubblica Romana, forme giovanili e provocatorie in opposizione a testi e musiche dell’ufficialità, e che hanno più di una somiglianza con un rap di oggi. Sì, niente da spartire col più bel rap della storia dell’umanità, il Coro dell’Atto Terzo dell’Adelchi, ma comunque un discreto sforzo. Il problema è: la scuola italiana saprà spiegarle e farle amare, queste storie di antichi ragazzi ribelli?



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.