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SCUOLA/ Chi ha eliminato la ragione del cuore?

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Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)

Sì. È quest’ultimo livello, quello – appunto – antropologico, che in-forma di sé i livelli precedenti (che io ho individuato essere tre: organico, individuale e soggettivo), che lo preparano ma dai quali si differenzia sostanzialmente, rendendoci persone uniche e irripetibili. Non più organismi, individui e soggetti, ma persone capaci di conoscere, di creare, di ammirare, di amare, di distinguere il bene dal male e di scegliere il bene in luogo del male.

Eppure, mai come oggi le emozioni hanno diritto di cittadinanza in particolare tra i giovani e giovanissimi. Ma allora dove sta il problema?

Quello che ha diritto di cittadinanza tra i giovani oggi non sono emozioni e sentimenti, ma il sentimentalismo, che ne è l’assolutizzazione ideologica, così come il razionalismo è l’assolutizzazione ideologica delle capacità elaborative e astrattive che chiamiamo razionalità. Ad esempio di fronte alla morte di una persona cara, di fronte al fatto della sua morte, invece che domandarsi: “Che senso ha questa morte? Perché la sua morte ora? Perché la morte? È finito tutto così? Finisce tutto così?”, commentare: «Quando passo davanti a casa sua provo una profonda emozione»: questo è il sentimentalismo. Quando al sentire viene negata la capacità cognitiva, quando cioè il sentire viene isolato e separato dalla sua intrinseca capacità valutativa, diventa impossibile pensarlo come una modalità operativa della ragione. Le conseguenze educative sono drammatiche: ragazzi in balìa del proprio sentire, fluttuanti tra umori opposti, costantemente sostenuti in questa patologica dipendenza dai modelli mediatici, incapaci di conoscere la realtà fino alla certezza e alla stabilità.

Sta usando espressioni molto forti.

In un’accezione generale il sentimentalismo è una malattia della ragione, che dopo aver separato il sentire dal capire, invece di assolutizzare la mente (razionalismo), assolutizza il corpo e il suo sentire (sentimentalismo). In un’accezione particolare il sentimentalismo è una malattia del percorso conoscitivo bloccato al parametro valutativo, che ho definito dell’alleanza: “Mi ama o non mi ama!”, come quando si sfoglia una margherita.

Torniamo alla ragione. Pare che lei stia quasi difendendo il primato della «ragione emotiva» sulla razionalità. Ma che cosa può mai essere la prima senza la seconda?

Non difendo il primato della ragione emotiva sulla razionalità, tant’è che ho inserito il modo di operare specifico della ragione emotiva in un insieme di modalità operative diverse, che vanno dall’acquisizione del dato (osservazione, ascolto, ecc.) fino a una capacità altamente inferenziale, che opera su parametri valutativi esclusivamente umani come il senso e il valore delle cose, e che ho definito ragione simbolica o segnica, a seconda che si utilizzi un’accezione di matrice europea orientale o europea occidentale (che l’Europa respiri con due polmoni è essenziale se si vuole capire che cosa sia una ragione allargata). Nel libro ho dovuto prevedere maggiore spazio e spunti di approfondimento per la ragione emotiva, solo perché su di essa si concentra la novità scientifica − tra le teorie dell’appraisal −, ed editoriale. Non esistono attualmente altri modelli esplicativi dell’allargamento della ragione.

Lei riporta una frase di Leonardo da Vinci dagli Aforismi: «Ogni nostra cognizione prencipia da sentimenti». In altri termini, Come avviene in noi la scoperta della realtà?



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