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SCUOLA/ Chi ha eliminato la ragione del cuore?

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Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)

«Osservare non basta – obiettava Paul Cézanne agli impressionisti –, bisogna anche pensare». Come aveva capito il pittore francese contrapponendo il modellare al modulare, una volta che si è osservato il dato non si è ancora stabilita con esso una relazione. Allora è necessaria una diversa modalità operativa della ragione, che stabilisca proprio questa relazione col dato. E questa è esattamente la funzione della ragione emotiva. Infatti per conoscere occorre essere interessati alla realtà, essere curiosi, appassionati, attratti, desiderosi; occorre avere l’ardore di Ulisse; occorre avere il gusto delle cose, sentirne il sapore. «Chi ha raggiunto lo stato di non meravigliarsi più di nulla dimostra semplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere» diceva Max Planck. Per conoscere occorrono la fiducia e la speranza che il mondo sia conoscibile.

Per conoscere, dunque, occorre aprirsi alla realtà con simpatia…

O con empatia, come diceva Edith Stein, o con amicizia, come diceva Agostino («Nihil nisi per amicitiam cognoscitur»), o con l’eros, che con il proprio calore scioglie l’immobilità della razionalità verso ciò che è autentico e vero, come scriveva Pavel Florenskij ai propri figli. Occorre amare il reale, come dice Jean Luc Marion. Occorre gratitudine, come riconosceva il premio Nobel per l’economia John Nash. Occorre entusiasmo, come scriveva Eugen Fink. Da Eschilo a Mounier occorre soffrire. La ragione emotiva è una capacità di giudizio lungo tutta la traiettoria vitale ed esistenziale, costituita dall’alternativa tra due possibili valutazioni opposte e inconciliabili, che non lasciano spazio a opzioni terze: un costante out-out, un sì o un no di fronte al reale. Qui il pensiero cresce, perché è vivo, vitale e immediato, in relazione con una realtà viva. Qui la ragione si allarga, perché l’affettività la investe: «Dietro il pensiero c’è tutto l’insieme delle inclinazioni affettive e volitive» scriveva Lev Vygotskij.

Dunque, l’emotività, che ha un radicamento biologico, giocherebbe un ruolo fino alla più alta sfera spirituale, estendendosi a tutto lo spettro del nostro paragone con la realtà, culminante in ciò che lei chiama ragione segnica. Può spiegare?

«Per la psicoanalisi l’uomo è spinto, alle spalle, da pulsioni, dall’Es. Per la psicoanalisi ogni energia si riduce a quella delle pulsioni, essa è potenza istintiva, per essa ogni vis è una vis a tergo» scriveva Viktor Frankl, che ricordava come lo stesso Freud fosse il primo a dire che la vis a tergo è la sola cantina dell’edificio antropologico. Io ho mostrato principalmente due cose: come questa vis a tergo sia espressa linguisticamente nel nostro codice linguistico da sole cinque categorie su quattrocento esprimenti l’intera vis, che nelle sue vette più alte diventa quella «forza di reazione dello spirito» che innalza l’uomo al di sopra di qualsiasi condizionamento e lo rende capace di opporsi ad ogni tipo di circostanze esteriori. Ho poi mostrato come questa forza dello spirito associata alle più complesse capacità razionali, che sono di carattere induttivo, crei una modalità operativa della ragione, che ho definito simbolica o segnica, perché capace di cogliere il tutto del reale. Senza una ragione segnica l’uomo non potrebbe fare scoperte scientifiche, come non potrebbe scrivere sinfonie.

Chi ha separato il sentire dalla sua capacità valutativa?



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