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SCUOLA/ Chi ha eliminato la ragione del cuore?

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Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)

Ogni razionalismo di vecchia o di nuova data. E ogni razionalismo si fonda sul dualismo, comunque lo si voglia interpretare. Separa il sentire dall’intelligĕre chiunque viva in sé una disunità, una disorganicità, una schizofrenia.

Andiamo alle implicazioni educative del discorso fatto finora. Leggo: «la natura dell’opera educativa è visibile, più che nella pietà Vaticana, nella pietà Rondanini».

Nella pietà Vaticana si vede il risultato dell’opera, mentre nella pietà Rondanini si vede lo scalpello che lavora su un pezzo di pietra in parte ancora informe, da cui la pietà come i Prigioni non sono ancora completamente usciti in tutta la loro «possenza» – possiamo coniare questo termine? Ogni essere umano già a due giorni di vita, o a tre mesi, a otto anni o a sedici è questa possenza che deve essere liberata dalle strettoie di ciò che non è. L’uomo è fatto per meravigliarsi e stupirsi, non per aver paura; è fatto per la curiosità e l’interesse, non per la noia; è fatto per amare, non per odiare ed essere odiato; è fatto per sperare, non per la più cupa disperazione. In una parola è fatto per il bene. Da ogni essere umano chi educa deve tirar fuori ogni più intima fibra di questa possenza, che è l’uomo, fatta per quell’infinito, che è la realtà.

Qual è a suo modo di vedere lo stato dell’educazione oggi per come è abitualmente concepita e attuata?

L’insegnamento di qualsivoglia disciplina oggi è nella gran parte dei casi attestato al livello unicamente istruttivo, necessario certo, ma non sufficiente a costituire il tuttotondo della professione docente. Ad esempio l’ultima modalità di reclutamento degli insegnanti è nuovamente un concorso a cattedre, che valuta esclusivamente la conoscenza della propria disciplina, come se chi conoscesse a memoria la Commedia dantesca fosse di per ciò stesso capace di insegnarla. Dal novero delle capacità di insegnamento mancano all’appello – semplificando in maniera un po’ riduttiva – quelle formative ed educative.

Può farne un esempio più specifico?

Laddove si sottragga ragionevolezza ai bisogni dell’alunno, all’interesse e al gusto per le cose (i Programmi didattici del ’55 parlavano del «gusto di imparare»); all’ammirazione, allo stupore, alla meraviglia che la realtà desta; alla fiducia in se stessi che i ragazzi fragilissimi devono poter acquisire; alla loro sana inquietudine, alla stima che noi adulti dobbiamo loro, all’entusiasmo di fare piuttosto che alla cupezza dello sconforto, alla percezione del senso e del valore che le cose hanno, lì si insegna secondo una modalità che imbalsama la ragione fin nelle sue modalità strettamente razionali, che hanno invece bisogno di flessibilità. Infatti i ragazzi oggi tendono a essere rigidi, a non usare duttilmente la ragione, ma a proiettare sulla realtà opinioni preconfezionate assorbite acriticamente un po’ ovunque.

Quando un insegnante è anche educatore?

Quando sa che cosa fa la differenza tra un mero individuo e un io, e poi quando attraverso quella porzione di realtà delimitata dalla propria disciplina tira fuori «per via di togliere le schegge di marmo» − come diceva Michelangelo − quella libertà, quella consapevolezza, quel pensiero robustamente e intelligentemente critico, che è l’io in ogni frangente della vita.

Le potrei dire che riesce, in un sol colpo, a fare piazza pulita di «progressisti» e «conservatori». Dica invece dove hanno ragione, nei limiti del possibile, cioè di una comprensione parziale, gli uni e gli altri.



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