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SCUOLA/ Chi ha eliminato la ragione del cuore?

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Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini 1552-64 (Immagine d'archivio)

Chiediamoci: perché un bambino contento impara di più? Perché l’essere umano è fatto per la gioia, come mise in musica Beethoven nella sua ultima sinfonia, tre anni prima di morire. La contentezza è una delle ventidue modalità con cui il nostro codice linguistico esprime la gioia. La gioia è un pezzo del bene per cui siamo fatti già a partire dal nostro livello organico (sul versante neurobiologico dell’apprendimento è stata dimostrata una maggiore trasmissione sinaptica in condizioni di gioia, e viceversa una minore trasmissione sinaptica in stati di tristezza. La trasmissione sinaptica incentiva la capacità di apprendimento). La coscienza del bene che siamo e per cui siamo fatti è «conservatrice», il tendervi è «progressista».

Il libro contiene una parte rilevante che risulta a prima vista assai singolare. È quella dedicata ad una mappatura delle emozioni o meglio alla loro «categorizzazione». Qual è il senso di questo lavoro situato in terra di confine tra filosofia, antropologia e linguistica?

Ciascuno di noi fa la propria unica e irripetibile esperienza del mondo, e poi la comunica, attraverso gli strumenti categoriali, concettuali e linguistici, che eredita parlando una certa lingua. E la lingua è veicolo ed espressione della cultura di un popolo e contiene la memoria della sua esperienza, come ha scritto Benjamin Whorf, e in quanto tale guida e modella i processi di conoscenza. Ad esempio i giapponesi hanno codificato amae, l’esperienza del sentirsi dipendenti, protetti e curati all’interno di una relazione, che noi italiani sperimentiamo certo, soprattutto da piccoli nel rapporto con la madre, ma che poi non abbiamo circoscritto categorialmente. Forse non pensiamo al dipendere da chi ci ama come elemento di maturità umana, e quindi facciamo esperienza della realtà privi di questo strumento di comprensione e di espressione, che è la relazione di dipendenza da chi ci ama. Oppure gli Utku, una popolazione eschimese dell’Artico canadese, non ha alcun termine per la rabbia, perché la ritiene espressione di un modo di relazionarsi immaturo. Invece sui 2.600 termini che in italiano esprimono il sentire, il 14 per cento è dedicato proprio alla rabbia. E quindi un parlante italiano tende a fare esperienza della realtà in termini oppositivi. Oppure vogliamo dire che solo il 2 per cento del nostro lessico relazionale è destinato a farci fare esperienza di felicità?

Allora quali considerazioni si possono fare a proposito del lessico emotivo dell’italiano?

Esso ci rivela inequivocabilmente che siamo poco felici, ma proviamo anche poco senso di colpa; che non riusciamo ad attribuire valore al bene, mentre lo attribuiamo più spesso al male; che facciamo cioè fatica a fare un’esperienza esclusivamente umana della realtà sia in termini positivi che negativi. E questo dato è importantissimo sotto il profilo educativo: quel che manca è il processo che dall’individuo e dal soggetto fa emergere la persona, ovvero l’educazione, che evidentemente non manca solo oggi, ma è mancata in tutti i dieci secoli circa che hanno contribuito a codificare la nostra lingua.

Le cronache scolastiche sono piene di una situazione−tipo che potremmo riassumere così: docenti demotivati incapaci di intercettare l’interesse di giovani ormai estranei al mondo degli adulti, e definiti come apatici o assorbiti in un mondo a parte. Da cui l’improponibilità e l’irrilevanza del «passato», da Omero a Ungaretti passando per Picasso. Che ne pensa?



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