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SCUOLA/ Dal "tempopienismo" alla dittatura dei nuovi Gattopardi

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Ma il realismo non era e non è il criterio di valutazione e organizzativo della classe dirigente italiana. Anzi, il suo modo di operare è sempre quello di un utopismo in pubblico sovrapposto ad un traffichio clientelare in privato.

Da qui nasce la debolezza assoluta dell’iniziativa di governo della scuola, la sottomissione alle filosofie ed alle minoranze dei centri sociali e l’organizzazione funzionale solo alle assunzioni ed ai trasferimenti.

E più la filosofia tempopienista vinceva, più aumentavano le ore del curricolo alunni ed il numero di posti per i docenti, a cui veniva ovviamente risparmiato il tempo pieno di presenza a scuola.

Ma proprio per realizzare l’utopia didattico-pedagogica sarebbero state necessarie turbe di insegnanti a tempo pieno capaci di attuare le promesse. Sarebbe stato necessario un supporto logistico e strumentale enorme che sempre è mancato. Per questo nelle scuole tutti hanno potuto osservare il fallimento dell’utopia, avvenuto dall’interno ancor prima che per la fine dei soldi, quando a gestire il tempo pieno si trovarono sempre di più insegnanti “tradizionali” cioè mamme vogliose di fare le tre-quattro ore di lezione e correre a casa. I sempre meno docenti militanti, quelli in buona fede, erano costretti a sobbarcarsi tutti gli oneri organizzativi, come tenere in ordine il laboratorio (di falegnameria, di cartonaggio, di ceramica, di informatica, ecc.) con mezzi di fortuna, trovare specialisti a costo zero, organizzare gite di tre, quattro, sette giorni togliendo tempo alla famiglia, sempre sostenuti dalla massa dei colleghi che li incitavano ma non partecipavano.

Ed alla fine i tempopienisti utopisti andarono in depressione o si inacidirono. Qualcuno cominciò a pretendere riconoscimenti economici, o turnazioni negli oneri o riconoscimenti di potere. E così i collegi docenti si frantumarono e si incattivirono. Solo la lotta ai “tagli del governo” e per l’espansione delle classi a tempo pieno ogni tanto, ritualmente, stancamente, riuniva e risvegliava dall’amara routine la totalità dei docenti.

Adesso il tempopienismo è morto. Nessuno sembra invocarlo più. Nemmeno le mamme che sono l’ultima argomentazione a favore rimasta.

Stanno forse nascendo nuove utopie? Sembra di sì, girano nuove parole magiche, ma la prassi ministeriale e statale e quindi i risultati reali sono immutabili: sostenere la dittatura della graduatoria nazionale, la transumanza dei docenti, la spesa tutta per stipendi, l’ingovernabilità del personale.

Coprendo il tutto con profumi moralistico-utopistici.

 



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