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SCUOLA/ Un "piano didattico" può essere per tutti e per ognuno?

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Il Pdp, strutturato nelle parti sopra accennate, deve essere firmato da tutti i membri del consiglio di classe, dalla famiglia e dal dirigente scolastico. Rappresenta il documento di un lavoro comune tra i diversi protagonisti presenti nell’area del quadrilatero dello studio (docente-materia-alunno-famiglia). È appunto un piano.

Il termine “piano” non è nuovo nella scuola italiana. Prima della dittatura della pedagogia per obiettivi e della programmazione comportamentista era fondamentalmente il documento snello e leggero del lavoro didattico di una settimana, di un mese, di un anno di scuola. Ciò che è nuovo, come uso del termine più che come concetto,  sono nel caso in questione gli aggettivi qualificativi didattico e personalizzato.

Innanzitutto fermiamoci sull’attributo “didattico”. A me non sembra né inutile né ridondante questa prima caratterizzazione. Infatti con la legge n.170/2010 e il DM 5669 del 2011, si allargano le competenze e le possibilità d’intervento delle scuole rispetto ai compiti ad esse attribuiti dalla normativa precedente. I docenti pertanto sono chiamati a svolgere un ruolo attivo sia nella “identificazione precoce” di casi sospetti di Dsa e nella conseguente comunicazione alle famiglie nel caso in cui “persistano difficoltà”, sia nel “monitoraggio periodico delle misure educative e didattiche di supporto, per valutarne l’efficacia e il raggiungimento degli obiettivi, sia nella cooperazione scuola-famiglia. Qualificare un piano di lavoro con i Dsa come “didattico” vuol dire riaffermare la specificità della funzione docente rispetto agli apporti specialistici e al contributo delle famiglie. Come dire: al docente viene giustamente riconosciuto il ruolo di soggetto responsabile, autonomo, competente senza nessuna subalternità (rispetto, per esempio, alla psicologia) nella situazione didattica caratterizzata dalla triangolazione docente-materia-alunno. 

Certo è un riconoscimento che rischia di rimanere sulla carta, come enunciazione di principio, in quanto la prassi più diffusa nella scuola è inquinata da pretese di egemonia tecnica e scientifica da parte di molti specialisti esterni (neuropsichiatri, logopedisti, psicologi), avanzate nel nome di una presunta oggettività e/o maggiore funzionalità pratica della scienza e della tecnica (per esempio, terapeutica) anche nell’insegnamento rispetto alla pedagogia e alla didattica. 

Spero di non essere frainteso. A me è capitato più volte, come dirigente di scuola, di dover difendere me, i docenti e persino le famiglie contro la miopia di chi nelle riunioni sui Pdp e sul Pei pretendeva di avere l’ultima parola sul problema in esame in nome del fatto che la psicologia è “più scienza” delle discipline implicate nelle attività di insegnamento. So bene che non tutti gli specialisti hanno simile posizione. So anche che alcuni docenti si arroccano, prima ancora di entrare in rapporto con loro, contro psicologi, logopedisti, neuropsichiatri, assistenti sociali, in una difesa corporativa che rasenta la chiusura mentale e l’incompetenza professionale. Ci sono anche insegnanti che, rinunciando al diritto-dovere di “fare” imparare, subiscono supinamente e beotamente i dettami che provengono dai laboratori di certi specialisti, ignorando che anche in “considerazione della presenza sempre più massiccia di alunni con Dsa nelle classi diviene sempre più necessario fare appello alle competenze psicopedagogiche dei docenti ‘curricolari’ per affrontare il problema, che non può più essere delegato tout court a specialisti esterni” (Linee guida pag. 9).

 



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COMMENTI
15/12/2012 - commento all'articolo sul piano didattico (sergio bianchini)

Questo articolo, competente, pacato, argomentato, sapiente è uno di quelli che io definivo e definisco petali sul letamaio e cioè una compotente di quel dibattito culturale che come un sudario si sovrappone alla realtà organizzativa putrescente della scuola ed al crollo delle competenze e della motivazione di docenti e dirigenti. Povero preside scrupoloso e qualitativo. Dovrai vivere infelice rinchiudendoti sempre più nelle tue argomentazioni sofisticate ma assolutamente impossibili da applicare. Se questo ti basta fai pure. Io ho deciso da molti anni di togliere il sudario al letamaio. Auguri