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SCUOLA/ Gavosto (Fondazione Agnelli): il concorso non salverà la "media"

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Speriamo di no. Se lei mi chiede come gioco a calcio, le direi che sono da nazionale, peccato che non sia stato mai convocato.

Cosa intende dire?

Che l’autovalutazione non basta. Diversamente non ci resterebbe che attenerci ai voti dell’esame di Stato, con il piccolo problema della brutta sorpresa che viene dai 100 degli studenti del sud. Ecco perché le prove standardizzate sono fondamentali.

Secondo lei in che modo gli esiti di queste prove riaprono il tema dei docenti nella scuola media?

La scuola la fanno gli insegnanti, che sono il motore di qualsiasi sistema di apprendimento. Occorre un aggiornamento delle loro competenze, non tanto sotto il lato disciplinare, ma delle metodologie didattiche, che non possono ridursi alla sola lezione frontale. L’altro problema è che troppo spesso l’insegnamento nella scuola media viene visto come un passaggio nella carriera e non come il punto d’approdo. È un peccato, perché insegnare a ragazzi tra gli 11 e i 14 anni è una missione estremamente sfidante. Ci vorrebbero insegnanti dedicati, non solo che posseggano una padronanza delle tecniche per insegnare a ragazzi di quell’età, ma che vedano qui giovani come obiettivo della loro vita professionale.

Lei ha proposto di ridurre gli insegnamenti ad un nocciolo duro fondamentale. Perché?

Perché nella secondaria di I grado c’è uno squadernamento di materie forse eccessivo. C’è chi sostiene che anche all’interno delle singole materie ci si dovrebbe concentrare su poche cose; di questo non sono molto convinto. Chiediamoci invece cosa deve sapere uno studente di quell’età: deve poter comprendere e scrivere un testo, usare la logica matematica, saper applicare il metodo scientifico, conoscere una lingua straniera. Materie come musica, educazione fisica, educazione artistica non sono meno importanti per la la formazione della persona, ma occorre chiedersi se rispondono a questo obiettivo.

Dove le mettiamo?

Le facciamo nel pomeriggio. Organizzando diversamente il tempo scuola.

Bisognerebbe stare a scuola di più. Ma fa bene?

Occorre immaginare una scuola strutturata diversamente da quella del mattino, a prevalenza di lezione frontale. Una scuola dedicata al potenziamento o al sostegno, rispettivamente per chi ha spiccate predisposizioni per la materia e per per chi ha difficoltà; a quelle attività importanti dal punto di vista educativo come arte, musica, sport, da svolgere dentro la scuola, che a quell’età è un luogo importante di insegnamento ma anche di socializzazione. Tutti cambiamenti che presuppongono la personalizzazione dell’insegnamento, un adeguamento alle caratteristche e alla personalità di chi impara considerato nella sua individualità.

Ma questa personalizzazione è raggiungibile senza una riforma sistemica? Possiamo farla con ciò che abbiamo?



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COMMENTI
18/12/2012 - Chissà... (Giorgio Israel)

Chissà se le scuole, ma mano che si va avanti, non appaiono peggiori perché sono migliori? Chissà se la "minoranza rumorosa" non è in realtà una maggioranza continuamente dichiarata come "archiviata" da una minoranza che ha le leve di comando? E chissà perché si continua a parlare dei "gentiliani", quando Gentile è stato ministro dell'istruzione meno un quarto del tempo in cui lo è stato Bottai? Chissà se non è perché il ministero è talmente impregnato del verbo e dello stile di governo bottaiano che si cerca di confondere le acque prendendosela con i "gentiliani"? E chissà se questo continuo prendersela con chi sa ma non sa insegnare non sia un modo per promuovere chi sa fare ma non sa niente? Ora, l'ultima trovata, è che non basta più "saper fare" ma occorre "sapere di saper fare"... Io credevo che si chiamasse presunzione ma mi hanno spiegato che è il requisito essenziale per essere un buon insegnante...