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SCUOLA/ C'è un pregiudizio che fa sprecare la vita ai giovani

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Un consiglio che spesso mi trovo ad offrire ai genitori e ai ragazzi è quello di non fermarsi ai titoli più o meno roboanti degli indirizzi di studio. Anzi, direttamente ai ragazzi, mi sono ritrovato più volte a stuzzicarli con un noto proverbio Tuareg: “Fermati un attimo, arrivi prima”. Un invito cioè a pensarci bene, al di là di questo o quell’indirizzo, di questa o quella scuola.

Eppure, gli stessi studenti e le loro famiglie sono bombardati da mille informazioni, forse troppe. Non sempre suffragate dalle prospettive concrete, in termini di “occupabilità di un titolo di studio”. Come ci dice il dato raccolto da AlmaLaurea, quel 42% fa venire i brividi. Può essere liquidato solo come errore di gioventù? Quanti destini personali bruciati negli anni, e quante reali opportunità di lavoro e di vita sacrificate per miopia o poca trasparenza? Perché di fronte a certe scelte, giuste o sbagliate, non si torna indietro, fatte salve rare eccezioni. E a ben poco servono le “passerelle”, cioè i passaggi da un indirizzo ad un altro.

Quanti, ad esempio, nello stesso mondo della scuola, stanno comprendendo la rivoluzione in atto a livello globale, con l’apertura a 360° del mercato del lavoro, tanto che i nostri giovani si troveranno in concorrenza, anche in casa nostra, con ragazzi competenti provenienti dai più diversi Paesi? Ha ancora senso una maturità a 19 anni, se in Europa la si raggiunge a 18 anni? Perché non cancellare, con un decreto condiviso, il valore legale del titolo di studio ed introdurre invece la logica della certificazione? Perché non introdurre limiti alle iscrizioni per quelle facoltà che producono solo disoccupati e code infinite nei concorsi pubblici?

Per rispondere a queste domande dovremmo cambiare radicalmente la scuola. Una utopia, viste le condizioni.

Cambiare la scuola è la prima emergenza del nostro Paese, se vogliamo dare un futuro concreto ai nostri figli. I quali devono sapere da subito che servono oggi competenze certe, spendibili, verificabili, dinamiche. E dico questo conoscendo bene il grande valore della gran parte dei nostri docenti e presidi.

Il cuore della scuola è l’orientamento in itinere verso scelte plausibili e cariche di futuro. Un vero servizio pubblico, con al centro lo studente. Ci vuole dunque un orientamento che superi definitivamente il vecchio pregiudizio, figlio di Leibniz, secondo il quale la cultura deve liberare dal lavoro, denigrando così il lavoro manuale, i laboratori, le officine, le botteghe artigiane, quelle che hanno reso l’Italia il secondo Paese manufatturiero dell’Ue dopo la Germania.

L’orientamento, quindi, va costruito sulla base delle attitudini e dei talenti. Perché gli errori fatti a 13-14 anni difficilmente potranno essere corretti.



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