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SCUOLA/ I prof al bivio: o fra Cristoforo, o l'assalto ai forni

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Giovani precari in protesta (InfoPhoto)  Giovani precari in protesta (InfoPhoto)

Sarebbe stato un buon grillino, perfino nella forma, che ricalca sintatticamente il vecchio “te la do io, l’America”. Siamo a questo punto, mi pare: protestare contro tutto, sognare una giustizia fai da te: «Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà» (e qui il tono, più che grillino, appare berlusconiano).

Dove sta il punto debole della posizione di Renzo? Nella sua natura reattiva. Che infatti replica il meccanismo del potere che vorrebbe combattere e, soprattutto, ha il difetto di dimenticare il motivo bruciante dell’ingiustizia, cioè Lucia. Così che quando lei prova a placare l’istinto omicida del promesso sposo, viene fulminata da un «io non v’avrò; ma non v’avrà né anche lui». Bella giustizia, quella che si dimentica di lei! «a questo mondo c’è giustizia, finalmente! – Tant’è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica».

L’impeto caratteriale di quanti (come me) vorrebbero controbattere punto su punto alle ingiustizie viene messo in discussione da uno che ha compiuto davvero quell’omicidio che Renzo immagina o minaccia soltanto. È fra Cristoforo: «non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia?». 

Non si tratta di una posizione rinunciataria, che sposta in una dimensione ultraterrena un problema storico. Tutt’altro: è il ribaltamento di una logica incentrata sulla rivendicazione dei diritti e dunque sul “cosa dobbiamo fare concretamente”, che sempre si deteriora in una lotta per l’egemonia; è un orizzonte non soltanto più profondo, ma anche più concreto. Lo dimostra un fatto solare: quando fra Cristoforo cerca invano di far ragionare don Rodrigo, la sconfitta che subisce stranamente non lo distrugge: «Il padre Cristoforo arrivava nell’attitudine d’un buon capitano che, perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non scoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo chiede».

Com’è possibile non essere sconfitti dentro una sconfitta? Com’è possibile, cioè, rompere l’aut aut del «non resta che far torto, o patirlo»? L’inizio della risposta sta nell’incontro con un uomo concreto che torna «afflitto ma non scoraggito». Combatte, non sottovaluta i problemi concreti, tanto da rimanere «afflitto», ma è indomito. Cammina, in un mondo che va storto e in direzione opposta, da uomo vittorioso. Da dove gli verrà l’energia per correre ancora una volta «dove il bisogno lo chiede»? 

Nello sfacelo del mondo, da dove ripartiamo? Non dal progetto di cambiarlo, che trascina inesorabilmente con sé la rabbia per quello che non va come ce l’abbiamo in testa, ma da quegli uomini già cambiati, che ci inchiodano a una provocazione: ma fra Cristoforo come fa a essere così? 

I Promessi sposi ci offrono un’ipotesi insolita, che non si riduce allo scontro tra vincitori e sconfitti, tra prepotenti e delusi, tra cialtroni e delusi. Qui vibra una prospettiva diversa dall’unica a cui sarei in grado di arrivare, cioè quella di Renzo. «Credi pure, ch’io so mettermi ne’ tuoi panni, ch’io sento quello che passa nel tuo cuore»: fra Cristoforo lo disse a lui come lo dice oggi a me. 



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COMMENTI
25/12/2012 - dai professori ai politici (luisella martin)

Grazie per l'articolo bellissimo che tenterò di far leggere agli amici sfiduciati. Dal mondo della scuola a quello della politica, dell'industria, della finanza, dell'agricoltura, dei pensionati, dei disoccupati, dei fortunati, di tutti, insomma, la lezione di Manzoni parla della speranza. Coraggio, andiamo avanti a cambiare davvero il mondo e non solo a parole.