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SCUOLA/ I prof al bivio: o fra Cristoforo, o l'assalto ai forni

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Giovani precari in protesta (InfoPhoto)  Giovani precari in protesta (InfoPhoto)

«Non resta che far torto, o patirlo», ammette amaramente, in punto di morte, Adelchi, il protagonista dell’omonima tragedia di Manzoni. Coinvolto in una guerra che non avrebbe voluto, sperimenta la contraddizione insanabile fra le circostanze in cui si trova a vivere e il nobile slancio del suo cuore: «ei mi comanda / alte e nobili cose; e la fortuna / mi condanna ad inique». 

Viviamo in un tempo in cui sembra non esista alternativa: se non ti riconosci nella maggioranza, ti viene il dubbio di aver sbagliato pianeta; se non stai dalla parte dei vincitori del momento, non ti resta che lamentarti e cercare di far sentire la tua voce. E la rabbia sale: sei costretto a subire o sei chiamato a reagire. A sfogare almeno la tua indignazione davanti al supremo tribunale dell’opinione pubblica, che sui media imperversa fino alla nausea. E tuttavia, dopo che ti sei infuriato, cosa risolvi? A questo punto «non resta che far torto, o patirlo»? è davvero tutto qui? 

Sul palcoscenico della scuola si è vista quest’autunno una dialettica simile: gli studenti che non volevano “okkupare” non hanno potuto far altro che sopportare impotenti; gli insegnanti che non volevano bloccare le attività extra hanno dovuto mestamente piegare la testa. Eppure il desiderio era semplice: fare lezione. Come Renzo voleva soltanto sposarsi con Lucia. Sembrava così normale. Ma ci fu qualcuno che decise: «questo matrimonio non s’ha da fare». Certo, è veramente un paradosso quello da cui siamo stati travolti: chi voleva salvare la scuola l’ha bloccata, intimando che lezione «non s’ha da fare». Poi, tolte le novembrine maschere da rivoluzionari (ma carnevale non viene a febbraio?), tutto è tornato come prima, e chi se ne frega più niente di cambiare il mondo. Intanto abbiamo rivissuto l’assalto ai forni del 1628, quando a Renzo risultò evidente che se una folla vuole il pane, però si mette a distruggere i forni, come pretenderà mai di ottenere il pane?  

«Veramente, la distruzione de’ frulloni e delle madie, la devastazion de’ forni, e lo scompiglio de’ fornai, non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane: ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch’è nuovo nella questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile anche a intenderla. A Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto, come abbiam visto, da principio, e gli tornava ogni momento. Lo tenne per altro in sé; perché, di tanti visi, non ce n’era uno che sembrasse dire: fratello, se fallo, correggimi, che l’avrò caro».

L’istinto di gridare la propria rabbia prevale sull’interesse alla verità che si apre anche alla correzione. Cosa può fare allora un uomo che voglia affrontare un’ingiustizia? Renzo ci ha provato con la legge, andando dall’Azzeccagarbugli: «vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia». Ma siccome la legge non lo tutela (anzi, «quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori»), si fa un’idea ben precisa: «La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo». 



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COMMENTI
25/12/2012 - dai professori ai politici (luisella martin)

Grazie per l'articolo bellissimo che tenterò di far leggere agli amici sfiduciati. Dal mondo della scuola a quello della politica, dell'industria, della finanza, dell'agricoltura, dei pensionati, dei disoccupati, dei fortunati, di tutti, insomma, la lezione di Manzoni parla della speranza. Coraggio, andiamo avanti a cambiare davvero il mondo e non solo a parole.