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SCUOLA/ I nostri giovani, soli davanti al pc come novelli Robinson Crusoe?

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Sara sa, e ci dice, che nessuno si basta da solo, che per star bene è necessario tenere sempre aperto il posto dell’altro. Tra i romanzi cui l’autrice si dichiara debitrice troviamo Robison Crusoe, L’isola Misteriosa, Vacanza all’isola dei gabbiani e La strada. A me invece, leggendo, è subito venuto in mente il film Cast Away, in cui un Tom Hanks naufrago si tiene compagnia con Wilson, un pallone da pallavolo su cui viene dipinta una faccia, per non impazzire. 

Le lettere in bottiglia di Sara hanno un po’ lo stesso sapore e valore. Si potrebbe pensare che si tratti di un altro allucinato, un fantasma, un delirio. Ma no! È una soluzione, è il modo per conservare un posto libero, perché chiunque arrivi in grado di occuparlo ci si possa accomodare, e si senta a suo agio come su una poltrona comoda e morbida. Sara, dentro una situazione che porterebbe molti alla follia, si conserva sana nel suo pensiero proprio in virtù di questo tenere viva la presenza di altri, anche nel ricordo. Sono gli altri amorevoli che non ci sono più − come mamma, papà e i fratelli o gli amici − oppure quelli di cui non si sa più nulla, ma per cui si spera ancora, come Andrea il suo tenero amore, oppure quelli sconosciuti di là dal mare che, certo, prima o poi la troveranno.

Sara, sola, non è mai sola, non si concepisce tale.

Il finale, assieme all’epilogo, ridà respiro a tutto. Perché in questo romanzo, che avrebbe potuto essere cupo e buio e desolatamente grigio, non si soffoca, ma stranamente si respira un’aria incontaminata dal virus della rassegnazione e della disperazione. Un’aria che apre a un futuro, pensato, prima ancora che sperimentato, come possibile.

 



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