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SCUOLA/ Autonomia scolastica, ora ripartiamo dal Testo unico del '94

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Se il legislatore deve “metterci le mani”, lo deve fare con l’ottica di chi intenda lavorare per un praticabile futuro e di chi, a questo fine, riesca finalmente a valorizzare, oltre al consueto florilegio di statistiche internazionali, il grande incubatore di esperienze e di suggerimenti che solo dalla stessa scuola e dalla stessa istruzione possono sorgere. Al di là, dunque, di uno scontato e “stanco” riaffacciarsi del dilemma – ancora una volta, tutto italico – della dicotomia pubblico-privato.

In terzo luogo, ci si auspica che il delicatissimo organismo scolastico non sia – come è, invece, accaduto anche in quest’ultima occasione – ciclicamente esposto, in modo ogni volta fatale, alla retorica che lo vuole sospeso tra il rischio di sotterranee privatizzazioni ed il pericolo di immobilismi corporativi. Del resto, se il ddl Aprea aveva un demerito, questo non poteva essere il temuto effetto di privatizzare la scuola, obiettivo che non si poteva leggere nemmeno a voler spingere all’ennesima potenza le tecniche, care ai giuristi, del “combinato disposto” o dell’interpretazione sistematica. Dall’altro lato, poi, alle rimostranze di studenti e docenti non si poteva neppure rimproverare la volontà di mantenere fermo uno status quo che, all’opposto, costituisce e ha sempre costituito la pietra dello scandalo di tutte le rivendicazioni generazionali e di tutta l’insoddisfazione del corpo vivo degli insegnanti.

Il fatto è che alunni e docenti sono penalizzati da tempo, e fin troppo, dalle pasticciate indecisioni e dagli slogan più o meno innovativi o rassicuranti di chi si trova, da diversi decenni, a governare pro tempore la scuola italiana. Si meritano ben altro e, soprattutto, non sopportano più di essere banalmente strumentalizzati.

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