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SCUOLA/ Così la lezione di filosofia è una scoperta sempre nuova

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Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)  Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)

Il vero nichilismo, ci ha ricordato Esposito, non è quello di chi combatte e cerca di distruggere a martellate le verità metafisiche o religiose della nostra tradizione, bensì appartiene all’uomo colto che, con piccoli tocchi di martelletto, sa auscultare il vuoto dietro la parete, il nulla dietro ciò che ci appare. Il nichilista, ci insegna Heidegger, vive perciò soltanto di valori, posti dall’imporsi della metafisica della volontà di potenza, da coloro che brandiscono la propria forza per assicurarsi l’esistente e l’esistenza: “Il pensare per valori fa sì che l’essere non possa pervenire ad essere nella sua verità” (Heidegger, La sentenza di Nietzsche ‘Dio è morto’). L’essere autentico, invece, è afferrabile sempre e soltanto nell’evento del suo dis-velamento, in virtù della domanda con cui lo interroghiamo: “La risposta essenziale trae la sua forza dall’insistenza del domandare. La risposta essenziale è soltanto l’inizio di una responsabilità, nella quale il domandare si risveglia in modo più originario” (M. Heidegger, Poscritto a “Che cos’è la metafisica?”).

La stessa possibilità di vedere in atto la forza della filosofia è accaduta a Roma, giovedì 29 novembre, con il terzo incontro della Bottega, insieme a Massimo Borghesi sul tema “Fede e sapere in Hegel”. Più di 50 insegnanti si sono collegati in web conference da Milano, Bologna, Napoli, Piacenza, Rimini, Modena, Trento, Arezzo, etc.

Durante un’interrogazione, una studentessa ha affermato che Hegel era il suo filosofo preferito, poiché “la aiutava a usare meglio la ragione”. A partire da questa osservazione inaspettata il prof. Borghesi ci ha guidato per tre ore nei meandri della filosofia hegeliana, a partire dagli anni giovanili della formazione teologica - mettendo in luce l’influsso decisivo di personaggi del calibro di Hoelderlin, Schiller e Lessing - fino alla maturità del suo sistema. Secondo la moda filosofica del suo tempo, Hegel concepì il cristianesimo come un’eccezionale eredità da inglobare nella nuova vera espressione assoluta della ragione, ovvero nella filosofia.

E se il cristianesimo, agli occhi di Hegel, ha superato di gran lunga ogni religione pagana e lo stesso mondo classico, è stato per il fatto che con esso si sono introdotti nel mondo i principi della libertà e della soggettività dello spirito. Hegel riteneva che il Cristo storico fosse solo un profeta, la cui divinizzazione e la successiva trasformazione nel Cristo della fede è stata necessaria per l’educazione del genere umano a riconoscere la divinità dello spirito immanente all’uomo. Hegel ha dunque introdotto il tempo dell’eredità, della religione come eredità che dev’essere superata, per assimilazione, dalla stessa filosofia. Lo stesso Jacobi, in quegli anni, affermava che “o Dio è - ed è fuori di me - un essere vivente e per sé stante, o io sono Dio. Tertium non datur”. 



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