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SCUOLA/ Vuoi diventare avvocato? Comincia a fare il barista e la baby-sitter

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Si parla tanto di talenti e vocazioni, e ben vengano laddove emergono (per inciso, ricordiamo che tale emersione non è necessariamente un sorgere spontaneo, ma richiede cura, attenzione e sguardo lungimirante da parte degli adulti educatori che accompagnano il percorso di crescita); ma laddove essi non si palesano? Quanti vostri conoscenti, e magari voi stessi, parlando dei figli quattordicenni affermano che francamente non sanno quale percorso vogliano intraprendere? Cosa fare, allora?

La responsabilità della scuola in questa prospettiva è grande, ma va esercitata di concerto con la famiglia, e va supportata con strumenti adeguati perché lifelong, ciascun bambino, fanciullo, giovane, possa prendere le misure della realtà e di sé nella realtà. A partire dalla scuola dell’infanzia, secondo le dimensioni della conoscenza di sé, dell’ambiente e di ciò che ci circonda, per arrivare ad una vera e propria didattica orientativa nel progredire della scolarità.

Come? Facendo ciò che è nella natura stessa della scuola promuovere, ovvero esperendo, riflettendo sull’esperienza, apprendendo con umiltà, impegno, un po’ di frustrazione (non nascondiamocelo), guidando e lasciandosi guidare. Ma anche fornendo informazioni pertinenti e non sovrabbondanti o fuorvianti (in quante scuole secondarie di primo grado si riflette con i genitori sui dati, ad esempio, forniti da Excelsior? Quante scuole secondarie di secondo grado sanno comunicare ai ragazzi il proprium e il core curriculum del percorso che propongono?), incontrando mestieri e chi li pratica, conoscendo il mondo grande e piccolo, vicino e lontano da sé.

Perché libertà, ragione e responsabilità si educano solo mettendosi in gioco, e maturando competenze che ci consentano di giudicare l’esperienza per trovare soddisfazione e sperimentare una riuscita non soltanto nel fare il calciatore o l’astronauta, ma anche in un lavoro semplice, utile, dignitoso, ben fatto, con la cura dell’artigiano. Perché è nel lavoro che la dignità dell’uomo si manifesta, è nel lavoro che il rapporto dell’uomo con la realtà si riempie di un gusto creativo e costruttivo che trasforma il mondo. 

Allora, se i dati Almadiploma ci testimoniano che, complessivamente, i ragazzi sono contenti dei professori che hanno incontrato, se questi uomini e donne li hanno accompagnati e aiutati (che bella parola, sempre meno utilizzata) a diventare a loro volta uomini e donne, e se solo il 24 del 42% di coloro che potendo tornare indietro (ma ha senso questa domanda?) cambierebbero percorso lo farebbe per compiere studi più orientati al mondo del lavoro, questo significa che comunque la scuola ha ancora un suo perché, quello di sviluppare una capacità di critica della quale non si butta via niente, e tutto è per un bene. Sia che lo faccia con gli strumenti della teoretica che della ragion pratica, dell’intelletto della mente che dell’intelligenza delle mani. Non nonostante la crisi, ma anche attraverso la crisi.



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