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SCUOLA/ Così Aristotele può ancora far bene agli studenti

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Già questo ci fa capire la rilevanza della retorica: innanzitutto la retorica come la logica (qui chiamata dialettica) interessa tutti gli uomini, perché “tutti devono esaminare e sostenere un qualche argomento”. L’aspetto che più interessa però è forse il secondo, ed è ciò che caratterizza dialettica e retorica da tutte le altre scienze: non riguardano solo un aspetto della realtà come la geometria, la fisica, ecc. ma tutta quanta la realtà. Insomma la retorica risponde all’esigenza “umana” di occuparsi con delle ragioni di tutto e non di un ambito limitato o di alcuni aspetti specifici come la scienza. E intende farlo con un metodo, cioè con una via specifica per raggiungere l’obiettivo.

Un altro passo, sempre di Aristotele, fa capire che la mancanza di conoscenza della retorica ci rende più deboli, più vulnerabili. Senza mezzi termini il filosofo giudica questa debolezza biasimevole.  Scrive infatti: «La retorica è utile perché la verità e la giustizia sono per natura più forti dei loro contrari, sicché se i giudizi non sono formulati nel modo corretto se ne deve concludere necessariamente che è per colpa propria che si viene sconfitti: e ciò è degno di biasimo. Inoltre, anche se possedessimo la preparazione scientifica più accurata, non potremmo grazie ad essa parlare e convincere facilmente alcune persone» (Aristotele Retorica 1355 a).

Aristotele  fa qui un ragionamento che mette in risalto l’utilità della retorica: l’implicazione è di ordine etico. Il vero e il giusto “sono per natura più forti”, ma è esperienza comune che non sempre prevalgano. Occorre formarsi in modo che possano vincere grazie alla retorica; è quindi un male se per colpa della nostra incapacità veniamo sconfitti pur sostenendo il giusto e il vero. Aristotele conosceva benissimo la “potenza della retorica” esaltata dal suo maestro Platone nel dialogo intitolato Gorgia: ma precisa che deve essere indirizzata al  giusto e al vero, cioè al bene.

Un’ultima considerazione a partire dal mondo antico, in cui la retorica era comunemente insegnata e praticata. Quando c’è stata libertà di parola (parresìa, in greco, cioè poter dire tutto) e le condizioni politiche permettevano di apprendere l’arte retorica per poter diventare uomini politici (oratores nel linguaggio ciceroniano), difensori di province vessate da qualche cattivo amministratore (basta pensare al giovane Cicerone che attacca Verre) la retorica fioriva. Quando è stata relegata all’ambito dell’esercitazione scolastica fittizia (le declamationes nel mondo latino, la seconda sofistica nel mondo greco con “capolavori” come “l’elogio della mosca”, tanto diverso da un elogio per i caduti a Maratona) la retorica è sostanzialmente morta.

Tornando alla questione da cui eravamo partiti, relegare nella scuola la retorica ad un insegnamento a sé stante mi sembra anacronistico e improponibile. Si rischia di cadere nella tentazione del formalismo, nell’apprendimento di pure tecniche. La retorica ha bisogno di essere legata ad un ambito reale (nell’antichità  i tribunali, il senato, le pubbliche assemblee) e a me sembra che oggi la scuola possa essere un luogo in cui favorire il dialogo, la discussione, tanto più in questo momento in cui il confronto tra mondi e culture è particolarmente presente. L’unica condizione è che vengano trattati problemi veri, reali, non artificiosamente costruiti per creare una futile discussione. È questo a mio avviso si può o meglio si dovrebbe attuare nell’ambito delle discipline esistenti, sia nell’ambito del confronto orale, sia nello scritto.

 



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