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SCUOLA/ Si può essere docenti senza essere anche padri?

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Nel dibattito sviluppatosi negli ultimi anni intorno alla cosiddetta “emergenza educativa” la questione dell’autorità ritorna comprensibilmente con insistenza, essendone uno dei nodi fondamentali. L’importanza del tema ci impone di non accontentarci di una sua riproposizione in termini riduttivi e residuali: tale pare essere, ad esempio, una certa invocazione del “ritorno all’autorità” a fronte delle innegabili derive che caratterizzano molti contesti scolastici, figlie di decenni di spontaneismo pedagogico.

Tutto quello che può servire a ridare dignità alle istituzioni educative è certamente benvenuto, ma non possiamo pensare di uscire dall’impasse attuale con un semplice richiamo all’ordine e alle regole, o ammonendo che la “ricreazione”, figlia del ’68, è finita. Si rischierebbe di opporsi polemicamente ad un certo flusso culturale, condividendone in realtà uno degli assunti di fondo: una idea “negativa” e “limitativa” dell’autorità. Ma se l’intervento dell’autorità nella dinamica educativa ha al massimo il senso di riaffermare l’esistenza di norme, di contemperare gli eccessi della libertà, di evitare i guasti del permissivismo, ciò che rischia di sfuggire è la sua affascinante dimensione “positiva” e “generativa”: in che senso la funzione autorevole è condizione di possibilità e fattore dinamico di sviluppo di personalità libere e capaci di costruzione.

Questo lavoro di riscoperta non ha nulla di accademico, perché implica un’attenzione al darsi di qualunque reale esperienza educativa in atto; è invece questione vitale per il destino di una civiltà e per il futuro di una generazione di giovani, impedita nel suo cammino di realizzazione umana proprio da un vuoto di presenza adulta. Il problema educativo è infatti muovere la libertà, e la libertà è effettivamente mossa solo dall’attrattiva della verità, esistenzialmente incontrabile attraverso il gesto di chi, compromettendosi con noi in un rapporto paziente, la testimonia e la indica, producendo segni che indicano un senso (in-segnando).

L’autorità educativa, diceva Martin Buber, è una “selezione del mondo agente”: il suo gesto è sempre l’offerta di una ricchezza, di un patrimonio fatto di tante cose (conoscenze, valori, pratiche), ma ultimamente di una ipotesi di senso sul mondo, di una speranza. L’autorità educativa è insomma tale perché portatrice di una proposta sospesa nell’attesa di una risposta, che provoca la libertà e le offre concretamente la possibilità di esercitarsi, correndo il rischio del rifiuto e della contestazione ma contrastando quello dell’apatia e dell’omologazione.

L’icona insuperabile del rapporto autorità-libertà è, in questo senso, la parabola evangelica del padre misericordioso, che dopo aver dato i propri beni al figlio, manifesta le sue fondamentali virtù educative: quella di rischiare, stimando la sua libertà (senza chiudere la porta di casa per impedire di uscire), e quella di restare (senza abbandonare la casa, permettendogli di ritrovarla). 



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COMMENTI
14/02/2012 - essere docenti essere padri (maria schepis)

No,non si può essere docenti senza essere padri ma é un modello che non sempre si può applicare.Il docente deve dare delle regole, è un principio fondamentale, e se questo principio corrisponde anche ad un modello di equità nel giudizio é il meglio a cui si possa pensare. Nell'applicare questo modello il docente deve trasmettere competenze che poi deve anche valutare,con tutti i criteri di massima oggettivazione che si possono adottare, la valutazione sarà sempre individualizzata, ma lui non dovrà mai apparire un padre ingiusto. A ciò si aggiunge un fatto non trascurabile,questo modello comportamentale di "genitorialità" educativa, andrebbe assunta da tutto il consiglio di classe e pienamente intesa dai dirigenti scolastici. Osserviamo, però, questo modello educativo nella scuola reale: l'insegnante che vuole imporre regole, se riesce ad acquisire autorevolezza o\e dialogo con i colleghi può agire in sinergia col gruppo e l'azione educativa diventa unitaria ed efficace, se nell'equipe, si creano dinamiche diverse, il docente può essere isolato e la sua azione educativa svilita. I dirigenti scolastici quando hanno ben chiari questi intendimenti educativi possono favorire il processo di crescita degli allievi, ma se diluiscono l'azione educativa del docente con un buonismo di facciata e, in alcuni casi, assieme al genitore giudicano solo severo il docente, non c'è certamente la ricaduta educativa che ci si attende. Dunque è valido il quesito iniziale me dev'essere attuabile.

 
14/02/2012 - DOCENTI E PADRI (Gianni MEREGHETTI)

Sì, non si può essere docenti senza essere padri e madri, è proprio vero che paternità e maternità sono il lievito dell'educazione. La sfida è oggi ad alto livello, perchè dentro la scuola domina la docenza anaffettiva, un modo di stare in classe stoico che prescinde dallo sguardo di tenerezza che un uomo o una donna sente irrompere dentro di sè quando guarda all'altro per quello che esso è. Domina l'insegnante neutro, un tipo di insegnante che ha bisogno di regole e le applica rigidamente, ponendo in esse la sua speranza e poi finendo dentro il vortice del lamento perchè le norme falliscono miseramente. Invece insegnare è un gesto d'amore, è una preferenza che si butta nella mischia e che coglie l'altro nelle pieghe della sua ricerca di senso portandolo verso orizzonti che lo realizzano. Insegnare è amare, un atto d'amore verso il destino dell'altro, una adorazione della sua libertà. La questione è seria, oggi più che mai, urge intervenire e con determinazione, e non portando nuove regole, nemmeno le regole che l'amore detta, bensì portando quello che si è, il bisogno di essere amati che vibra nel cuore di un uomo e che lo rende educatore. Questo è il problema, un insegnante prima che dare ha bisogno di avere; quando se ne accorge comincia la sua avventura educativa!

 
14/02/2012 - Un ragionamento non funzionale alla conclusione (enrico maranzana)

“Il valore della funzione autorevole può essere riscoperto nel nostro tempo eminentemente se si danno a vedere esperienze capaci di documentare e rendere sensibilmente evidenti i suoi frutti”. Per praticare tale indicazione è necessario conoscere e rispettare le regole del gioco: la scuola ha perso ogni autorevolezza perche ha sposato la filosofia anarchica che, difendendo l’individualismo, trova nello Stato la sua controparte. La giustificazione di tale assunto si può trovare in rete: “La scuola rivedrà le stelle?”. Dalla sua lettura si comprenderà come il definire la “formazione come sviluppo di abilità socialmente utili” sia molto riduttiva, fuori luogo. Nel nostro ordinamento “formare” è l’attività primaria del sistema educativo: attraverso la formazione si forniscono al giovane gli strumenti culturali necessari alla sua positiva e consapevole interazione con un contesto in vorticosa evoluzione. La condizione necessaria per esercitare scelte: il fondamento della libertà.