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SCUOLA/ 1. Bertagna: educhiamo uomini o caporali?

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3. Ebbene, è in questo contesto che va collocata, sul piano pedagogico, la svolta delle competenze. Venivamo da un periodo, infatti, nel quale la competenza si era appiattita sul significato di “prestazione professionale”. Roba da economia taylor-fordista. Chi non ricorda le famose “unità formative capitalizzabili”, quasi che le competenze fossero il prodotto dei mattoni di un Lego? In ogni caso, venivamo da un periodo nel quale la competenza era considerata un “oggetto” esterno alla persona, a cui essa si doveva volente o nolente adattare. È il mercato, bellezza!

Scavallato il millennio, tuttavia, il concetto di competenza cambiava. Diventava, facendo nuovamente  ridere tanti bruchi ingenui o maliziosi, “competenza personale”. Non più un “oggetto” da raggiungere, ma la qualità di un “soggetto in continua evoluzione” da promuovere. Era la persona che doveva maturare, impiegando la Cultura, i Valori, le Istituzioni, le Persone che incontrava, e dimostrando in situazione le proprie “competenze personali”.  E se era la persona che diventava competente era naturale, quindi, che ogni competenza, anche la più specifica, da un lato, mobilitasse l’intero delle capacità e delle componenti di ciascuno; dall’altro, che si dimostrasse tale nel concreto delle reali esperienze della vita personale e sociale, quindi nell’esecuzione di compiti, nell’elaborazione di progetti e nella risoluzione di problemi autentici. La scuola non doveva più preparare alla vita, come se non fosse vita. Non doveva più preparare al lavoro, come se il lavoro non fosse scuola. Non doveva più preparare alla cittadinanza, come se l’esercizio della cittadinanza non fosse scuola, cultura, valori.

Le “competenze trasversali” non potevano più essere cosa altra, separata, rispetto a quelle “professionali”: l’orizzontale infatti era e doveva essere allo stesso tempo anche verticale. Come capita nella dinamica esistenziale di ogni persona. Il docente non poteva più davvero insegnare se lui stesso non dimostrava “competenze personali”. Ovvio che, in questo quadro, dovesse cambiare chi, come, dove, quando e perché si potevano “valutare le competenze personali” degli allievi e, non meno, dei docenti. Non potevano certo bastare i quiz o le carte della burocrazia amministrativa e sindacale di trimestre e di fine anno.  

Le “competenze personali” a trecento anni dalla loro nascita e soprattutto a duecentocinquanta dalla pubblicazione dell’Emilio, quindi, cominciavano a celebrare la svolta invocata da Rousseau: “la vera educazione non è fatta di precetti, ma di esercizi e di testimonianze; noi infatti cominciamo ad istruirci cominciando a vivere (...); vivere è il mestiere che voglio insegnargli (...). Vivere non significa respirare, ma significa agire, significa far uso degli organi, dei sensi, delle facoltà, di tutte le parti di noi stessi che danno il senso, il sentimento dell’esistenza”. Come finirà la partita? Vedremo. Certo, mai come oggi il futuro è nelle mani (nella responsabilità) di ciascuno. 



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COMMENTI
17/02/2012 - Ancora con Rousseau? (Giorgio Israel)

Ci sarebbe molto da dire sul ruolo della famiglia e della scuola: niente binari separati, certo, ma neppure il trasferimento dell'educazione all'affettività dalla famiglia alla scuola, con conseguente svuotamento del ruolo della famiglia. Questo è zapaterismo. Mi limito soltanto a sottolineare come molto divertente il riferimento a Rousseau da parte di una persona della formazione e orientamento del prof. Bertagna. Certo che di testimonianze ai propri figli Rousseau ne ha saputo dare, eccome! Voleva insegnarli il mestiere di vivere, e diamine se l'ha fatto: li ha abbandonati tutti e cinque nella ruota…. Sarebbe questo il modello di educazione alle competenze della vita?… Ancora con l'Emilio. Ma lasciamo perdere e facciamoci una rilettura della Bibbia.

 
17/02/2012 - L'uscita dal bozzolo (enrico maranzana)

La scuola deve recidere l'involucro che l'avviluppa, tagliare i lacci e i laccioli impiegati dagli accademici per imbalsamarla. Deve dimostrare d'aver raggiunto l'età adulta. A tal fine brandirà la spada che possiede: la progettualità. Progettare significa esplicitare con la massima cura la finalità del sistema e ipotizzare la via per raggiungerla. Per tal motivo è essenziale specificare il contenuto di "capacità" e di "competenze", attività che non può risolversi in un'astratta, generale, dotta disquisizione. La geometria ci viene d'aiuto: la distinzione tra enti primitivi e enti non primitivi conduce a incasellare le competenze tra quelli non terminali: le capacità o le abilità che si intrecciano con la conoscenza sono le sue componenti elementari. Approfondendo: le conoscenze e le abilità, indicate come strumenti dalla legge, sono gli ambiti per prefigurare pratiche didattiche utili alla promozione e al consolidamento delle capacità dei giovani. I docenti non sono dei ripetitori: sono degli sperimentatori che utilizzano gli errori, inevitabili ma scrupolosamente rilevati, per far convergere i loro piani di intervento verso i risultati attesi. Questo è il contesto che riempie di significato l'invito a "praticare i metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari" al fine di sollecitare comportamenti (competenze) utili al conseguimento della finalità del sistema.