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SCUOLA/ Un prof: caro ministro, il '68 è finito e insegnare non è un ripiego

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Mentre la Regione Lombardia sta introducendo nuove procedure per l’assunzione degli insegnanti valorizzando l’autonomia delle scuole, e questo può riferirsi solo alle scuole per cui la Regione può procedere, quelle professionali, il ministro Profumo si sta arrendendo (ci contiamo) all’urgenza che viene dal mondo della scuola, quella di aprire ai giovani la possibilità di abilitarsi e di accedere ai posti di insegnamento vacanti, ma non sembra in grado di introdurre nuove modalità di reclutamento degli insegnanti, anzi sembra indirizzato a ripercorrere la strada dei vecchi concorsi. Ma questo sarebbe far rivivere un pachiderma che di fatto è morto e defunto, che è solo archeologia, oltre che essere del tutto inefficace perché i concorsi sono stati quanto di più opinabile la scuola abbia messo in opera per reclutare gli insegnanti, e che quelli reclutati siano stati i migliori è del tutto discutibile. Il concorso stesso è un’idea di reclutamento che può andar bene per tutto, ma non per l’educazione in quanto un genitore deve conoscere colui o colei a cui affida il figlio, esattamente come una scuola deve conoscere colui o colei a cui affida la realizzazione del suo progetto educativo. Ciò da cui il concorso nella sua pretesa di imparzialità prescinde è la conoscenza, proprio ciò da cui in campo educativo non si dovrebbe prescindere. 

Il ministro Profumo deve riuscire a mettere insieme due fattori che oggi sono più che mai decisivi perché la scuola sappia essere all’altezza della domanda di istruzione e di educazione che ogni giorno si incontra dentro le aule, a contatto con gli studenti.

In primo luogo sta il fattore che Profumo ha colto: molti giovani oggi vogliono insegnare e vogliono fare questa scelta per una ritrovata vocazione all’insegnamento. È questo un fattore nuovo, estremamente significativo, che denota una sensibilità del mondo giovanile per l’educazione. Era da anni che questo non succedeva, che insegnare era un ripiego. Oggi è una scelta che tanti giovani fanno per realizzarsi, per compiere le proprie aspirazioni. Dopo il boom del ’68, anni in cui insegnare era diventata o una scelta ideale o una opzione ideologica, sono venuti gli anni ottanta che hanno fatto diventare l’insegnamento una delle professioni più declassate, tanto che per un giovane essa diventava l’extrema ratio, l’ultima possibilità dopo averle tentate di tutti i tipi; oggi invece si assiste ad una significativa ripresa di interesse, i giovani scelgono di intraprendere la strada dell’insegnamento e lo fanno ben sapendo che non è una professione che la società o l’opinione pubblica valorizzino. 



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COMMENTI
19/02/2012 - Insegnare richiede professionalità (enrico maranzana)

La genericità, i luoghi comuni non aiutano, servono solo a lasciare le cose esattamente come stanno. Vediamo perché. Nella scuola il 68 ha indotto il legislatore a elaborare i decreti delegati: puntuale applicazione dei dettami scientifici dell’organizzazione, principi che trovano universale applicazione nel mondo contemporaneo. Sono stati previsti organismi strategici, tattici, di coordinamento e operativi: si legga quanto afferma l’on. Aprea nella presentazione del DDL che porta il suo nome, per constatare la superficialità con cui il problema è stato affrontato. Un buon padre di famiglia, prima di effettuare una sostituzione o un cambiamento, ricerca e rimuove le cause delle disfunzioni che si sono manifestate. Anche l’idea di autonomia è, nello scritto, piegata e snaturata; si sposta l’attenzione sul reclutamento del personale per occultare la sistematica elusione del suo fondamento: la progettazione formativa, educativa e dell’istruzione. In questa situazione la chiamata diretta dei docenti appare del tutto simile a quella che si verificherebbe se una persona pretende l’emissione di biglietto del treno senza conoscere la destinazione del suo viaggio.