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SCUOLA/ Senza lavoro non c'è conoscenza. Neanche in classe

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Nonostante le evidenti problematiche, il sistema educativo italiano ha decisamente superato la fase del dibattito sulla sua natura ed il suo compito, ed è entrato in una nuova stagione più operosa e propositiva. Emerge un nuovo ceto “militante”, non più ideologico ma pragmatico ed insieme appassionato, che spinge decisamente nella direzione di un approccio formativo più aperto, stimolante e coinvolgente. Si moltiplicano le unità di apprendimento, le attività laboratoriali, i progetti, gli scambi, l’alternanza, i concorsi, le reti e gli eventi in cui gli studenti sono protagonisti. Pur se in modo talvolta poco ordinato ed eccedente, il nuovo movimento educativo in atto rivela la consapevolezza del compito della scuola odierna: inserire positivamente i giovani nel reale facendo sì che i loro talenti possano essere riconosciuti, fatti fruttare così che si impegnino, contribuendo con la novità propria della loro generazione nell’umanizzazione della società. Questo esito non è scontato: incombe infatti il pericolo della distrazione dei giovani dalla vita reale, attratti come sono dall’iper-realtà, una sorta di palcoscenico sul quale rappresentarsi entro un ruolo fittizio, estetizzante e perennemente connesso, ma bloccato sull’attimo presente, troppo proteso ai bisogni e poco orientato ad elevarsi nella prospettiva del desiderio e del progetto. 

La scuola, per combattere la demotivazione dei giovani e sollecitare un loro coinvolgimento pienamente umano nella cultura come ricerca, scoperta e risposta a problemi e sfide, necessita di un’alleanza con forze sociali consonanti con il suo compito educativo, che consenta di svolgere esperienze autenticamente formative in grado di aprire lo spazio della conoscenza e le opportunità di comunicazione con il reale.

Una risorsa decisiva per questa alleanza e questo metodo è costituita dal lavoro, una componente fondamentale della vita della persona in grado di connettere il mondo individuale e la vita sociale, che consente di porre in atto un prodotto/servizio espressione della singolarità dell’individuo entro una dimensione comune, e quindi di tessere legami di reciprocità sociale. 

Si tratta in primo luogo di imparare lavorando: la modalità formativa del laboratorio mira non tanto a mettere in pratica i saperi teorici tramite sequenze operative di tipo addestrativo, quanto a formare persone competenti, tramite situazioni di apprendimento reali in cui l’allievo è chiamato a coinvolgersi attivamente svolgendo compiti e risolvendo problemi, così da scoprire e padroneggiare i saperi teorici sottostanti. Realizzando e donando il prodotto del suo impegno agli altri, egli fa esperienza personale di cultura e di socievolezza. 



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COMMENTI
20/02/2012 - UNA NUOVA STAGIONE (Angelo Lucio Rossi)

E' evidente una nuova stagione nella scuola italiana. E' evidente un movimento dal basso che sta trasformando la scuola italiana coniugando conoscenze e competenze. L'idea fondamentale di una educazione rivolta ai ragazzi è il fatto che attraverso di essi si ricostruisce un Paese. Un'educazione che introduca al reale e che costituisca "un modo di vedere la vita e quindi di viverla, un modo particolare di stare nel mondo".(Maria Zambrano). Questo approccio richiede un lavoro per rispondere all'emergenza educativa. Nelle nostre scuole sono in atto tanti tentativi di presidi, insegnanti e studenti in direzione di una ripresa di responsabilità educativa che passa attraverso reti di scuole e rapporti con associazioni professionali che hanno a cuore una scuola che guarda al futuro. Dobbiamo con coraggio comunicarci le esperienze che dal basso stanno maturando una concezione di scuola dinamica, viva, aperta al territorio e soprattutto rispondente al nutrimento dei talenti dei nostri ragazzi.

 
20/02/2012 - Perchè non si capitalizza l'esperienza? (enrico maranzana)

“La maggioranza delle aziende ORMAI non chiede alla scuola di addestrare gli studenti per adattarli a ruoli rigidi e prestabiliti bensì di formarli a stare positivamente nel reale, scegliendo di accettare le sfide”. Vi ricordate l’esame di maturità del 69? Diceva proprio questo. Vi ricordate i programmi della scuola media? Muoveva in questa direzione. Vi ricordate i decreti delegati del 74? Ha assegnato la funzione formativa a un organismo strategico, appositamente costituito. Vi ricordate l’art. 2 della legge Moratti? Ha indicato nelle conoscenze e nelle abilità il terreno su cui progettare i percorsi educativi. Si potrebbe andar avanti e allungare di molto l’elenco! Molteplici le cause che sono alla base delle inadempienze indicate. Tra le tante: l’uso d’un linguaggio approssimativo. Si consideri ad esempio l’affermazione “i laboratori sono spazi in cui i ragazzi realizzano opere” mettendo a frutto le conoscenze acquisite. Non è questa l’impostazione dei regolamenti di riordino: la didattica è stata orientata alla “pratica dei metodi indagine propri dei diversi ambiti disciplinari” affinché gli studenti, da protagonisti, ripercorrendo itinerari di ricerca, acquisiscano comportamenti (competenze) utili alla loro interazione col mondo.