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SCUOLA/ Un bravo prof può non essere anche clown?

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C’è un luogo comune per cui è un allievo che crea il proprio maestro, nel senso che solo dai frutti che porta l’albero apprezziamo la qualità del seme: quanti si ricorderebbero di Woody Guthrie se il giovane Dylan non l’avesse indicato come suo esempio? Qui però non si tratta di metafore, ma di uno scopo perseguito con metodo e professionalità.

Senza entrare nei molti dettagli del suo lavoro, fra i punti cardinali di Coppola c’è quello di ritenere le scienze (la chimica, ma non solo) come genuine liberal arts (vogliamo renderlo con “discipline umanistiche”?). Spezzando le barriere per cui ogni specialista è felice di non guardare al di fuori della propria specialità.

Anche qui, vien da dire che il contesto fa molto. Un conto è dialogare con Roald Hoffmann, il Nobel massimo sostenitore dell’integrazione fra le scienze e tutte le altre forme della cultura, o con Bassam Shakashiri, che è sia un insigne cattedratico, sia il presidente della titanica American Chemical Society, sia il popolare clown che allestisce con successo gli spettacoli di divulgazione “Science is fun”; o con altri personaggi meno noti ma non meno validi, a cui il “contesto” dà la possibilità di formare intorno a sé le migliori squadre di giovani, e pretende dei risultati.

Altro conto è sapere che in sala insegnanti oggi hai visto solo Giovanni Precario, Totuccio Opelegis e Sconsolata Pensionanda: ognuno dei quali ha qualche plausibile ragione, per non avere in cima ai suoi pensieri il modo in cui si possono Coniugare le Diverse Culture in Vista di Qualche Grande Progetto. Ma qui torniamo al discorso di Vittadini: la necessità di investire, secondo diverse linee di azione complementari, nella scelta, formazione e valorizzazione del capitale umano. Se è vero che far peggio che da noi è quasi impossibile e che tutti sentono l’urgenza di cambiare, credo sia importante guardare con serietà e consapevolezza ad esperienze che altrove si rivelano vincenti. Non per fotocopiarle, ma per capirne lo spirito.

Dice ancora Coppola (banale, ma forse no): il maestro dev’essere pronto a saper imparare dagli allievi, in primo luogo a capire quelli che non capiscono le sue spiegazioni. Anche quello che preferirebbe ripeterti un formulario imparato a memoria e portare a casa un voto, piuttosto che sorbirsi ad ogni lezione richiami alla storia, alla filosofia, alla finalità del proprio lavoro di aspirante professionista. Ma anche quello che non sa più risolvere un esercizio che era elementare per i suoi predecessori, perché nel frattempo gli è stata insegnata qualche forma di “nuova matematica” che ha mozzato le sue capacità logiche (cosa ne direbbe Giorgio Israel?). E per capire non basta la disponibilità, anche qui serve del metodo.



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