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SCUOLA/ Cari prof, se volete parlare della realtà imparate dal tappeto di Calvino

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Italo Calvino (Imagoeconomica)  Italo Calvino (Imagoeconomica)

Un corretto rapporto tra Eudossia e il suo tappeto può essere costruito solo se si ricorda che quest’ultimo non è la vera sostanza “divina” della città, ma più semplicemente un suo modello, e che il modello, ogni modello, è un’analogia tra un fenomeno qualunque X (nel nostro caso la città) e un oggetto costruito M (il tappeto) che permette di rispondere a un qualche quesito Q, posto a riguardo alla realtà di partenza. Le legittimità del modello è legata al rispetto delle seguenti condizioni:

1) che M (il tappeto) abbia una sua coerenza interna;

2) che la costruzione di M sia determinata dall’esigenza di trovare una risposta al problema P concernente X (la città);

3) che questo problema sia traducibile in un problema P’, concernente M, il che significa possibilità di tenere costantemente sotto controllo l’analogia X-M tra Eudossia e il suo tappeto. È questa la condizione a cui fa riferimento Calvino quando dice che chi si perde nella prima può e deve trovare la strada che cercava e il suo punto d’arrivo all’interno del secondo;

4) che la soluzione S’ trovata grazie al modello al problema P’ possa, a sua volta, venire tradotta nella soluzione S al problema di partenza P, il che significa che il tappeto aiuta chi vi ricorre a inquadrare correttamente e a risolvere i problemi di orientamento che riguardano la città. È pertanto necessario che chi si serve del tappeto non dimentichi che deve vivere nella città, e non nel tappeto medesimo, per cui le soluzioni trovate vanno trasferite in Eudossia previa una qualche forma di verifica sperimentale (giustificazione a posteriori mediante il meccanismo della corroborazione/falsificazione);

5) che il carattere esplicativo del modello, che si esprime proprio in questa sua capacità di trovare la soluzione cercata, si manifesti anche sotto forma di produzione di un livello più alto e astratto di “visualizzazione”, nel senso che esso, facendo intervenire processi tra entità invisibili (la sostituzione al visibile complicato di una struttura o un meccanismo più semplice, non osservabile a livello di evidenza fenomenologica, che generalmente caratterizza la costruzione di M) permetta di ricostruire, a uno stadio più elevato, la morfologia visibile.

Se ci serviamo di queste considerazioni per affrontare la questione cruciale del rapporto tra l’aula e ciò che sta fuori di essa ne possiamo ricavare alcune indicazioni non prive d’interesse e di pertinenza. Anche se la scuola (a differenza del tappeto) non è stata progettata e realizzata per riprodurre analogicamente il contesto sociale in cui opera ed è vita ed esperienza essa stessa, per cui non può – e non deve – “replicare” la vita, ci deve comunque essere un nesso e una relazione non generici, ma da tenere sotto controllo, tra ciò che si impara e di cui si fa esperienza all’interno della sue mura e le questioni e i problemi da affrontare all’esterno. Altrimenti il rischio che si corre è quello di vivere, certo, ma nel modello e di ridursi a valutare se quest’ultimo funziona o non funziona, se è efficace o no, sulla base delle sue sole “smagliature” interne, e non anche in riferimento a ciò a cui deve preparare, alle finalità per cui è stato realizzato, con un’evidente fuga di responsabilità rispetto a questi obiettivi imprescindibili.



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COMMENTI
27/02/2012 - Dinamicità e modellazione (enrico maranzana)

“Il rischio che si corre è quello di vivere nel modello” come avviene nelle aule scolastiche dove ci sono non uno, ma tanti modelli, tanti quanti sono gli insegnamenti impartiti. Poveri ragazzi! “La relazione tra l’ambiente esterno nella sua complessità e la vita scolastica deve essere oggetto di una modellizzazione qualitativa”: è quanto è scritto nella legge. Al sistema scolastico è stata data la responsabilità di organizzare il servizio al fine di promuovere le capacità dei giovani, capacità che si manifestano sotto la forma di competenze [comportamenti esibiti quando si affronta un compito]. La scelta del legislatore era obbligata: come è possibile modellare quello che non si conosce? Come prevedere le caratteristiche dell’ambiente con cui i giovani interagiranno alla fine del loro itinerario scolastico? A monte di tutto è da collocarsi un’altra questione: esiste un “modello d’uomo?”