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SCUOLA/ 3. Liberalizzare, il miglior antidoto alla "scuola dei ricchi"

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Caro direttore,

recentemente, il ministro Profumo ha parlato a più riprese di scuole che possano aprirsi alla comunità: veri e propri “civic centres”, con formazione per giovani, ma anche per adulti,  feste per bambini, corsi di ballo e di ginnastica. Le scuole dovrebbero dare spazi per mostre accattivanti ed eventi culturali da cui la comunità scolastica possa trarre giovamento per una maggiore coesione.

Una simile ipotesi (oggi nei nostri sogni) potrebbe aver presa in un contesto nel quale la scuola rappresenti veramente gli interessi della comunità che serve: una “istituzione vicina” che possa scegliere i suoi insegnanti, che li formi, li coinvolga e li premi, vincolando la loro permanenza per la stabilità necessaria a far apprendere. Una scuola che attragga la presenza dei genitori e presenti, anche esternamente, un ambiente adatto, gradevole e sicuro. L’ipotesi rimanda soprattutto a una realtà di forte impegno ideale, tale da diventare motore di aggregazione attorno a un progetto culturale, professionale, ideale, leva per motivare il ragazzo ad apprendere e a costruire il suo rapporto con gli altri.

Dovremmo sorridere, allora, considerando l’età media dei docenti, la loro formazione non più attuale, il carosello delle mobilità, le condizioni di sicurezza e  adeguatezza delle scuole... se non fosse che tali “sogni” sono già esistenti in paesi più evoluti scolasticamente: sistemi educativi che si proiettano nell’era del quasi mercato e manifestano un approccio allargato all’istruzione pubblica, per questo non sempre coincidente con quella statale.

La scommessa di fondo è quella di ridurre gradualmente la presenza delle scuole governative meno performanti (ma pur sempre costose per la comunità) potenziando scuole più piccole, con forte ethos e legate al territorio: non offrono solo istruzione ma le basi su cui dare senso all’apprendimento. L’ethos della scuola ha una sua funzione educatrice ma fa anche da apripista ai saperi e alle competenze insegnate.

Il sistema richiede a sostegno (e senza pregiudizi) le migliori risorse della società civile, di creatività e di libertà, all’interno di un quadro comune di riferimento. Non è importante chi gestisce la scuola, se lo Stato o dei soggetti sociali, ma diventa decisiva la proposta educativa che si offre.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, non solo in termini di successo complessivo nel conseguimento degli apprendimenti ma anche (diversamente dall’Italia) nell’ancora vitale mobilità sociale: nel recente Rapporto Ocse sulle disuguaglianze, i paesi con meno problemi sotto l’aspetto della disparità sono quelli che hanno adottato una  politica di sostegno alla scuola “pubblica” della società civile: una politica lungimirante e, peraltro, interessata.



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