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SCUOLA/ Perché non si parla più di buono-scuola?

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4. Si comincia a parlarne, anche se pretestuose resistenze tendono ad invalidarne il valore. L’unica, la più importante, riforma dell’istruzione resta l’abolizione o svalutazione del valore legale dei titoli di studio. Solo se l’ordine degli studi verrà svincolato dal monopolio pubblico del sapere e dell’educazione, si potrà avere un sistema scolastico fondato sulla libertà. Va superata l’incompatibilità tra libertà di insegnamento e esami di Stato. Allo stato attuale i cosiddetti esami di Stato rappresentano una valutazione degli studenti totalmente insignificante e per i docenti sono un rito frustrante e penoso. Va condivisa l’idea di illustri giuristi che la valutazione non va fatta in uscita dei cicli di studio, bensì in entrata: “abolire il valore legale dei titoli di studio significa che gli esami di licenza sono sostituiti dagli esami di ammissione”. Cioè gli studenti devono essere chiamati a dimostrare di essere idonei a poter e voler frequentare quella scuola, quella università, quel impegno lavorativo e professionale. La fonte del valore dei titoli che le scuole rilasciano non è, o meglio, non dovrebbe essere rappresentata dalla presunta garanzia dello Stato, ma dal credito che gli stessi titoli conquistano nella pubblica considerazione. Poiché (di fatto) non esiste nessuna garanzia statale, esiste un valore morale che ogni istituto conquista e mantiene perfezionando l’insegnamento e il tirocinio educativo che esso fornisce ai suoi alunni.

5. A completamento del percorso, dovrà essere modificato l’art. 33 della Costituzione.  Se è vero, come detta al primo comma, che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, molti dei commi susseguenti risultano essere palesemente in contrasto. Se ne deduce che questo articolo deve essere rivisto: lo Stato non può dare “autonomia” alle scuole e riconoscere “libertà” ai propri cittadini, obbligandoli, però, a fare ciò che lui vuole! E ciò partendo dal fatto che compito dello Stato non è quello di gestire le scuole, ma soltanto quello di regolare, promuovere, sostenere, controllare ciò che emerge nella comunità, intervenendo solo laddove viene meno l’iniziativa.  Il tutto nell’ottica di un pur graduale processo di de-statalizzazione e con la consapevolezza che la cultura e la scuola non si fondano sullo Stato, ma sulla libertà.

Utopia? Forse sì, e forse no. Occorre rivedere il rapporto “Stato-cultura” e “Stato-società” e riguardare il significato vero da attribuire all’“educazione”, all’“apprendimento”, all’“insegnamento”, alla “scuola”, allo stesso concetto di “libertà”. E ciò sostenuto da una pur adeguata modulazione che preveda l’indicazione di parametri snelli di riferimento, utili ad orientare l’intero sistema verso i vari principi ed interessi di rilievo in questo campo (diritti, doveri, responsabilità, moralità, trasparenza) e che devono necessariamente coniugarsi fra loro. Il tutto teso alla costruzione del “bene comune” in una società democratica, pluralista, solidale e più giusta. 

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COMMENTI
03/02/2012 - Citare la Costituzione (a sproposito) (Pietro De Nicolao)

Ma le scuole private (o paritarie, come volete chiamarle insomma, alla fine sempre private sono) vogliono ancora soldi? Lo Stato sta già buttando via centinaia di milioni in finanziamenti anticostituzionali. Infatti l'art. 33 Cost., tra l'altro, recita: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Le belle parole come "parità", "libertà di scelta" e compagnia bella non valgono niente: nessuna legge può prevalere sulla Costituzione. E dare i soldi alle famiglie e non alle scuole è uno sporco trucco, che potremmo chiamare "evasione costituzionale". In fondo sempre di "oneri per lo Stato" si tratta! https://pietrodn.wordpress.com/2010/02/17/buono-scuola-ovvero-come-eludere-la-costituzione/

RISPOSTA:

Per natura, io rispetto sempre le opinioni altrui. Mi permetto tuttavia di consigliare un corso accelerato di lettura della Costituzione, nonché delle leggi 62/2000 e 59/1997. La Costituzione detta l'obbligo responsabile dei genitori di istruire i figli (art. 30) e quindi, con l'obbligo, anche il diritto di scelta degli strumenti. La legge 62/2000 riconosce alle scuole paritarie la funzione pubblica, assegnando loro pari dignità. La legge 59/1997, art. 21, richiama all'attuazione della autonomia operativa, svincolando, in certo modo, le scuole da una imposizione statale. Va detto che la Costituzione va letta guardando tutti gli articoli, e soprattutto guardando i termini precisi usati: negare il sostegno per l'istituzione di scuole non significa negarlo per il funzionamento, soprattutto se il servizio è offerto alla comunità e orientato, da norme regolative, al bene comune. Parità, libertà di scelta, equipollenza economica, non sono balle, ma condizioni necessarie a far crescere una nazione democratica, solidale e giusta: negarle significa considerarsi "sudditi" dello Stato e non "liberi" cittadini. Purtroppo un vetusto statalismo culturale impedisce l'affermarsi della "libertà". Siamo in una società pluralista e il monismo istituzionale e anche culturale cui lo Stato vorrebbe incanalare la scuola con uno stantìo burocratismo, fa si che la qualità formativa sia sempre più precaria. La scuola va liberalizzata e con essa la responsabilità e l'impegno di ognuno e di tutti. GT