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SCUOLA/ Antiseri: se Monti vuol riformare qualcosa, ascolti Gramsci e Sturzo

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Dario Antiseri (Imagoeconomica)  Dario Antiseri (Imagoeconomica)

Sì, come scienze della formazione o della comunicazione. Per laureare questi giovani, candidati alla disoccupazione o a cambiar mestiere, abbiamo speso un sacco di soldi. Vedrei bene che il ministero, le associazioni, Confindustria, ecc. date la situazione demografica, di flussi, occupazionale e via dicendo, quantificassero periodicamente il fabbisogno di laureati stimato. A quel punto famiglie e università sono sull’avviso, ferma restando la possibilità per ognuno di fare quel che vuole.

Ma ha senso solo se le università mettono il numero chiuso.

Le università mettano il numero chiuso e al tempo stesso diano l’informazione necessaria: una sorta di «avviso ai naviganti» che traduca in numeri il fabbisogno del mondo del lavoro.

Quali sono le logiche che frenano le riforme?

Se non riuscremo a immettere nell’università forti elementi di competizione non ci sarà niente da fare. Una cosa positiva che la Gelmini ha fatto è l’Anvur. Se tu, università, fai didattica scadente, non fai ricerca, non fai buoni progetti, io – Anvur – non ti do soldi e ti faccio chiudere i corsi. L’Anvur è il punto di non ritorno: se non funzionerà, la nostra università crollerà.

Un’altra riforma da fare?

Il buono scuola, cioè un bonus che l’utente avente diritto spende nella scuola di sua scelta. Qualcuno ha notato che di buono scuola non si parla più? Ma la cosa grave è che si occulta il fatto che con il buono scuola lo Stato spenderebbe di meno. Anche in questo caso è una questione di equità: non si è capito che il buono scuola è una carta di liberazione per le famiglie più povere, perché oggi chi manda i figli in una scuola libera paga le tasse per un servizio di cui non usufruisce – la scuola pubblica – e in più paga la retta: paga due volte! Non a caso veri liberali come Friedman e Hayek hanno difeso il buono scuola come lo strumento più importante per immettere competizione nel sistema formativo.

Non sembra piuttosto lo strumento di una selezione «darwiniana» a svantaggio dei più deboli?

No, questa è una stupidaggine. A meno che non si sia per principio contrari alla libertà. La scuola di Stato ha avuto una sua precisa ragione d’essere: quale privato, nel 1946, avrebbe potuto soddisfare il bisogno di scolarità dell’Italia di quegli anni? Solo lo Stato poteva garantirla a tutti. Oggi però la situazione è totalmente diversa. Lo Stato ovunque è socialmente necessario, la competizione ovunque è storicamente possibile: questo è il principio della libertà, anche nel campo dell’istruzione.

Riusciremo mai a superare lo statalismo che affligge il nostro Paese, prima ancora come «forma mentis» che come forza dell’apparato?



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COMMENTI
06/02/2012 - Le Stelle Fisse (Antonio Servadio)

Concordo con l'autore che un argomento principe a favore delle Scuole Paritarie (paritarie, dunque non selvaggiamente libere!) è che permettono allo Stato (quindi alla collettività) di risparmiare parecchi soldi, nonchè sforzi organizzativi. Basterebbe questo argomento! La presenza dello Stato (che tutti vogliamo) è efficace quando fissa limiti, controlla e indirizza, ben diversamente dallo "statalismo", che è pervasivo e biecamente omologante. Sul tema valore legale dei titoli di studio trovo pazzesco che (come al solito), ci si arrovelli senza fare lo sforzo di andare a guardare cosa si fa all'estero - dovreste studiarvi bene la situazione USA. Anyhow, anche in Italia, i capitani d'azienda sanno benissimo che i titoli di studio non hanno tutti lo stesso "valore" - a prescindere dal loro valore "legale". Didattica e Ricerca. Fare ricerca non significa fare "buona" ricerca. E poi, il buon ricercatore può essere (e molto spesso è) un inetto o pasticciato docente. La qualità didattica non deve essere confusa con la qualità della ricerca. Il lettore Maranzana scrive "Chi conosce una scuola che abbia risposto responsabilmente al mandato ricevuto?". Significativa provocazione. Risponderei che, se così stanno le cose, ecco un buon motivo per fare spazio a scuole statali e paritarie - ma tutte a pari merito, per una concorrenza virtuosa e leale. No allo statalismo.

 
06/02/2012 - Statalismo - chi lo vuole? (enrico maranzana)

L’intervista termina riportando il pensiero di don Sturzo e di Gramsci che introducono il postulato “Il potere senza responsabilità è il peggior tratto di un sistema totalitario”. Posta a conclusione di un argomentazione riguardante il valore legale del titolo di studio, del finanziamenti alle scuole e della miglior qualità di queste ultime [“Sturzo era prete: tirava acqua al suo mulino”], appare piuttosto debole. Lo statalismo esiste nelle scuole perché sono loro a volerlo, come bambini piccoli la cui immaturità esige d’esser presi per mano. La legislazione degli ultimi cinquant’anni muove verso il decentramento; le scuole, gelatinose, con lievi ondeggiamenti, a una a una, hanno sterilizzato tutte le innovazioni. La loro unica attenzione è centrata sull’insegnamento, sul mantenimento dello status quo. Trascurano sistematicamente il fatto che, nel nostro sistema legislativo, l’attività didattica, dell’insegnamento, è la fase che conclude il percorso progettuale formazione-educazione-istruzione. Un esempio: i decreti delegati del 74 hanno dato facoltà ai consigli di istituto, presieduti da un genitore, di “elaborare e adottare gli indirizzi generali”. L’elencazione delle competenze generali che qualificano e orientano i corsi di studio è la necessaria premessa alla localizzazione delle responsabilità formative e di quelle educative. Chi conosce una scuola che abbia risposto responsabilmente al mandato ricevuto?