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SCUOLA/ Antiseri: se Monti vuol riformare qualcosa, ascolti Gramsci e Sturzo

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Dario Antiseri (Imagoeconomica)  Dario Antiseri (Imagoeconomica)

Lei prima ha citato Einaudi, io le vorrei citare altri due giudizi assai lungimiranti. In una articolo intitolato Scuola e diplomi e pubblicato il 12 febbraio del 1950 su L’illustrazione italiana, Sturzo diceva, a proposito del valore del titolo rilasciato dallo Stato: «Ogni scuola, quale che sia l’ente che la mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della Repubblica, ma in nome della propria autorità: sia la scoletta elementare di Pachino o di Tradate, sia l’università di Padova o di Bologna: il titolo vale la scuola. Se una tale scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una personalità nota nella provincia o nella nazione, o anche nell’ambito internazionale, il suo diploma sarà ricercato, se, invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno dei tanti».

Sturzo era un prete: tirava acqua al suo mulino.

La cosa interessante è che il 14 settembre 1918, non un liberale cattolico ma Antonio Gramsci, in un articolo uscito su Il grido del popolo, scriveva: «noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato. Il compagno Bartalini non ha trovato difficoltà nel suo esperimento perché direttore di na scuola pareggiata; non è però escluso che in avvenire il Provveditore intervenga e rovini tutto il lavoro fatto. Noi dobbiamo farci propugnatori della scuola libera e conquistarci la libertà di creare la nostra scuola. I cattolici faranno altrettanto dove sono in maggioranza; chi avrà più filo tesserà più tela» (corsivi nel testo originale, ndr).

Qual è il danno peggiore dello statalismo?

Avere potere senza portarne la responsabilità. È il peggior tratto di un sistema totalitario.

(Federico Ferraù)



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COMMENTI
06/02/2012 - Le Stelle Fisse (Antonio Servadio)

Concordo con l'autore che un argomento principe a favore delle Scuole Paritarie (paritarie, dunque non selvaggiamente libere!) è che permettono allo Stato (quindi alla collettività) di risparmiare parecchi soldi, nonchè sforzi organizzativi. Basterebbe questo argomento! La presenza dello Stato (che tutti vogliamo) è efficace quando fissa limiti, controlla e indirizza, ben diversamente dallo "statalismo", che è pervasivo e biecamente omologante. Sul tema valore legale dei titoli di studio trovo pazzesco che (come al solito), ci si arrovelli senza fare lo sforzo di andare a guardare cosa si fa all'estero - dovreste studiarvi bene la situazione USA. Anyhow, anche in Italia, i capitani d'azienda sanno benissimo che i titoli di studio non hanno tutti lo stesso "valore" - a prescindere dal loro valore "legale". Didattica e Ricerca. Fare ricerca non significa fare "buona" ricerca. E poi, il buon ricercatore può essere (e molto spesso è) un inetto o pasticciato docente. La qualità didattica non deve essere confusa con la qualità della ricerca. Il lettore Maranzana scrive "Chi conosce una scuola che abbia risposto responsabilmente al mandato ricevuto?". Significativa provocazione. Risponderei che, se così stanno le cose, ecco un buon motivo per fare spazio a scuole statali e paritarie - ma tutte a pari merito, per una concorrenza virtuosa e leale. No allo statalismo.

 
06/02/2012 - Statalismo - chi lo vuole? (enrico maranzana)

L’intervista termina riportando il pensiero di don Sturzo e di Gramsci che introducono il postulato “Il potere senza responsabilità è il peggior tratto di un sistema totalitario”. Posta a conclusione di un argomentazione riguardante il valore legale del titolo di studio, del finanziamenti alle scuole e della miglior qualità di queste ultime [“Sturzo era prete: tirava acqua al suo mulino”], appare piuttosto debole. Lo statalismo esiste nelle scuole perché sono loro a volerlo, come bambini piccoli la cui immaturità esige d’esser presi per mano. La legislazione degli ultimi cinquant’anni muove verso il decentramento; le scuole, gelatinose, con lievi ondeggiamenti, a una a una, hanno sterilizzato tutte le innovazioni. La loro unica attenzione è centrata sull’insegnamento, sul mantenimento dello status quo. Trascurano sistematicamente il fatto che, nel nostro sistema legislativo, l’attività didattica, dell’insegnamento, è la fase che conclude il percorso progettuale formazione-educazione-istruzione. Un esempio: i decreti delegati del 74 hanno dato facoltà ai consigli di istituto, presieduti da un genitore, di “elaborare e adottare gli indirizzi generali”. L’elencazione delle competenze generali che qualificano e orientano i corsi di studio è la necessaria premessa alla localizzazione delle responsabilità formative e di quelle educative. Chi conosce una scuola che abbia risposto responsabilmente al mandato ricevuto?