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SCUOLA/ Bambini che non imparano? Non corriamo subito dal medico...

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Sia la legge sia le Linee guida presentano poi una carenza molto grave: all’espressione “disturbi specifici di apprendimento” non aggiungono infatti l’aggettivo “evolutivi”. Non è una precisazione di poco conto. Si tratta infatti di problemi di apprendimento conseguenti non alla perdita di una capacità già acquisita, ma allo sviluppo non adeguato della competenza scolastica per eccellenza: quella relativa alla lingua scritta.

Affrontare in modo corretto e produttivo i disturbi di apprendimento richiederebbe quindi la conoscenza preliminare, da parte dei docenti, delle fasi attraverso cui lo sviluppo di tale  competenza avviene. Fasi che si succedono in ordine rigido e nelle quali ciascuna capitalizza e amplia la fase precedente.

Conoscere ad esempio le fasi di sviluppo della capacità di lettura individuate da Uta Frith (una delle maggiori studiose della dislessia) consente di precisare i momenti in cui intervengono le due maggiori forme di dislessia: quella legata a difficoltà di carattere fonologico e quella dovuta al mancato raggiungimento degli automatismi nella lettura e nella scrittura.

Solo la conoscenza delle fasi di sviluppo permette infine di operare scelte corrette in termini di strumenti compensativi e dispensativi. Riconoscere le difficoltà degli alunni non deve significare privarli di ogni possibilità di esercitare capacità di cui non necessariamente risultano privi. Esistono infatti anche i “falsi positivi”, cioè soggetti che, pur presentando apparentemente le caratteristiche dei dislessici o dei disgrafici o dei discalculici, in realtà, più semplicemente, non hanno potuto fruire di percorsi di apprendimento adeguati e rispettosi del loro processo di sviluppo.

La scuola, pertanto, dovrebbe in primo luogo riconsiderare le metodologie utilizzare per insegnare la lingua scritta e, come ricorda opportunamente la legge 170, fondare tali metodologie su evidenze scientifiche rigorose e non su mode momentanee o sul senso comune.  



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