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SCUOLA/ La "battaglia del senso" insegna molto più di una favola di Esopo

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Un esempio banale: il latino ha due vocaboli per indicare il colore bianco: albus, che il “bianco opaco” e candidus che è il “bianco brillante”, perciò il monte imbiancato di neve è candidum (nive candidum Soracte, Orazio), la barba è alba (Plauto); la stessa opposizione c’è tra i due termini che indicano il nero, ater e niger. Dunque i Latini hanno una percezione dei due colori diversa dalla nostra, non dal punto di vista fisico, ma per la rilevanza che attribuiscono alla distinzione tra opaco e luminoso, fino a  sentire l’urgenza di una distinzione lessicale.

Chi traduce può risolvere il problema specificando, ad esempio, “bianco luminoso”: ma resta il fatto che la lingua latina “legge” il colore in un modo, quella italiana in un altro, indicando una lettura diversa dell’esperienza. L’esempio può far solo intuire la grande questione: fino a che punto la traduzione recupera e restituisce il senso di un testo, cioè fino a che punto permette al lettore di condividere l’esperienza che sta dietro il testo e che la lingua racconta? Ecco che il problema della traduzione rende evidente un problema che è al fondo di ogni comunicazione, anche intralinguistica, cioè tra parlanti una stessa lingua: fino a che punto io riesco a recuperare il senso di ciò che ascolto o di ciò che leggo?

Sara Cigada, nel suo saggio Nomi e cose scrive: “ci facciamo un’idea del significato di un segno a partire dall’esperienza personale che abbiamo avuto delle porzioni di mondo cui i segni rinviano. Ecco allora il problema della intraducibilità come problema della vita quotidiana, che nasce da quel fenomeno che chiamiamo ormai tutti misunderstanding”. È possibile una comunicazione “felice”, cioè una reale condivisione di significati e di esperienze? Ancora la Cigada scrive: “Il fatto di ritenere che una comunicazione ‘felice’ sia una comunicazione rapida e immediata è un equivoco sciocco, ma diffuso: l’esperienza dice che l’intesa tra due persone è rara – non è un caso che dia tanta soddisfazione trovare qualcuno con cui ci si capisce al volo. Assai più spesso, l’intesa è il risultato di un lavoro lungo di rielaborazione comune delle parziali comprensioni e delle incomprensioni, rielaborazione che avviene attraverso il dialogo”.

Allora la fatica dei nostri studenti che combattono con le “versioni” di Erodoto, Tucidide, Platone, Cicerone, Seneca, Tacito tra successi e sconfitte, soddisfazioni e delusioni, può essere anche un contributo a renderli (e renderci) consapevoli della necessità di “lungo lavoro di rielaborazione comune” per una reale comprensione tra gli uomini e un’educazione alla disponibilità d’animo che il dialogo richiede. 



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