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SCUOLA/ Se neuroni e psicologia non bastano a farci capire i nostri figli

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What’s wrong with the teenage mind?, cosa c’è di sbagliato nella testa degli adolescenti, titola il Wall Street Journal in un importante pezzo a firma Alison Gopnick, professoressa di Psicologia a Berkeley. La questione è effettivamente interessante per tutti, sebbene sembrino giocarsela prevalentemente gli psicologi dello sviluppo e i neuroscienziati, ancora incerti se collaborare o contendersi il campo. Esisterebbero due sistemi, quello psicologico e quello neurale, in stretta interazione fra loro e fondamentali nella trasformazione dei bambini in adulti. Negli ultimi due secoli parrebbe che lo sviluppo di tali sistemi si sia radicalmente modificato, creando una specie di desincronizzazione. Come dire che oggi lo sviluppo arriva presto, ma la maturazione molto più tardi. Il neurobiologo americano Jay Giedd parla addirittura degli adolescenti come di persone che hanno in mano una macchina molto potente senza neanche avere la patente. Si tratterebbe allora di “risincronizzare” la mente.

Lo dichiaro subito: non mi trovo a mio agio né con tale terminologia, pur essendone come medico familiare e possedendo gli strumenti per comprenderla e giudicarla, né soprattutto con la concezione di uomo che vi è sottesa.

Resisto all’idea dei ragazzi ridotti solo a processi biologici e molecolari così come alla teoria dei loro errori quale esito di una pura modificazione di sistemi che si tratterebbe di regolarizzare con mezzi chimici o strategie comportamentali. Resisto, ma non in maniera romantica od ottusamente (e anacronisticamente) antiscientifica. Non ho infatti nessun motivo di negare che tali processi esistano, operino e possano anche essere modificati con specifici interventi; nego piuttosto la riducibilità del pensiero dei ragazzi ad essi. Preferisco giocare su altri tavoli.

Nella testa degli adolescenti è il titolo di un libro recensito da Ammaniti in un articolo di Repubblica che si apre proprio con lo spunto offerto dal pezzo del giornale americano. Ed ecco tornare nuovamente la sfasatura fra cervello emotivo e razionale.

Eppure per capire cos’hanno in testa i giovani basta ascoltarli. Non bisogna essere degli scienziati né tantomeno dei mindreader, è sufficiente avere due orecchie e prestare attenzione alle loro parole.



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COMMENTI
14/03/2012 - Mi trovo pienamente d'accordo con lei (Stefano Parenti)

E da psicologo aggiungo: questa teoria - apprezzabile, come ogni tentativo; che non conosco per esperienza diretta - non è difficile ricondurla ad una visione a-umana dell'essere umano. In psicologia regnano diverse riduzioni: quella biologica, quella sociologica, quella psichica. Ognuna di essere vede l'essere umano non libero di cogliere il bene e perseguirlo, ma determinato dalla biologia, determinato dalla società e dalle relazioni, determinato da un inconscio padrone, ecc. Mi ha sempre colpito, invece, come la Chiesa abbia stabilito il Sacramento della Cresima proprio nella prima fase dell'adolescenza. Per la Chiesa l'uomo a quell'età è già adulto, è "soldato", è padrone di sé. Certo questa padronanza va allenata, imparata, educata. Però esiste ed è applicabile. Nel lavoro con gli adolescenti di questa fascia d'età mi rendo conto come la ragione, ossia la capacità di cogliere il bene, la strada giusta, la scelta vera, emerga prepotentemente. La difficoltà - tipica degli adolescenti ma potente anche negli adulti - sta proprio nell'aderire a quel giudizio della ragione senza essere trascinati da altro. Un ragazzino che al pomeriggio non ha voglia di fare i compiti vive lo scontro tra l'istinto di giocare alla playstation e la fatica di compiere atti faticosi ma che intuisce come giusti. La sfida consiste nel rompere uno schema mentale e scoprire che lo studio può rivelare qualcosa di bello (nell'immediato) e, magari, avvicinare di più alla felicità (nel lungo periodo).