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SCUOLA/ Bertagna: studenti più bravi? I soldi non c’entrano

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Sono almeno 100 anni che esistono evidenze empiriche che dimostrano che le classi cosiddette “agiate”, che hanno stili di relazione con i figli basati sulla parola, sul discorso, sul dialogo e sull’apertura al sociale, riescono a ottenere risultati migliori a scuola rispetto a quelli che provengono da famiglie meno agiate e più povere. Queste ultime hanno stili di comportamento diversi, e preferiscono le attività manuali rispetto a quelle teoriche, e quindi l’aspetto operativo e addestrativo, come il lavoro, alla riflessione formale. Ma questa è semplicemente la conferma che la scuola dà al proprio modello educativo. Se la scuola fosse invece giocata, anziché sugli aspetti formali, su quelli manuali e sulla riflessione su di essi, o sulle dimensioni più legate alla corporeità, alla transizione, alle attività, forse avremmo risultati differenti. Sarebbe quindi interessante comparare, attraverso sperimentazioni, la verità o meno dell’ipotesi che le ho illustrato.

 

Secondo il rapporto Pisa però, non solo la differenza tra studenti che parlano con i figli e quelli che non lo fanno è di 21 punti, ma il vantaggio è di 14 punti anche nei ragazzi con un background simile …

 

Se la scuola certifica e verifica le dinamiche familiari, questo è un elemento di conferma. Bisogna però vedere se è opportuno certificare e verificare anche paradigmi o modelli che nella scuola non trovano coltivazione e che tuttavia sono diventati importanti anche per l’equilibrio etico e sociale del nostro tempo. Per esempio per quanto riguarda l’utilizzo delle nuove tecnologie e i social network da un lato e i risultati di apprendimento dall’altro.

 

Ritiene quindi che sarebbe stato importante che il rapporto Pisa verificasse anche l’aspetto relativo ad abilità manuali e know how tecnologico?

 

Secondo me sarebbe assolutamente decisivo, anche perché l’educazione è sempre integrale e l’aspetto scolastico valuta o avvalora determinate componenti dell’aspetto educativo, ma non valuta né avvalora dimensioni che strategicamente e storicamente la scuola trascura. Tra queste ci sono per esempio anche le dimensioni corporeo-affettive. L’idea dell’integralità dell’educazione implica che non debba sviluppare solo la mente, le mani, il sentimento o il cuore. Il nodo centrale dell’educazione è l’armonia, l’equilibrio tra queste dimensioni. In modo tale quindi che non ci sia mai l’una senza l’altra, e che l’una si inveri nell’altra. Se l’educatore si sofferma troppo su una dimensione e trascura le altre, fallisce quindi il suo compito.

 

(Pietro Vernizzi)



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