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SCUOLA/ Quando troppa grammatica fa male

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Dalla sua fissazione letteraria in poi, certamente l’usus del vulgus ha prodotto ininterrotte mutazioni che tra il III sec. (cfr. l’Appendix Probi) e il VIII sec. d.C. (cfr. le Glosse di Reichenau) hanno prodotto il latino tardo [Cfr. Loefstedt E., Il latino tardo. Aspetti e problemi, Brescia 1980] e la sua variante popolare e per lo più “orale”, ovviamente attestabile solo per indizi indiretti, che chiamiamo “latino volgare” [Cfr. Väänänen V., Introduzione al Latino volgare, Patron 1982]. Ciò non ha impedito che il prestigio della lingua letteraria le garantisse prolungata vita (fino, per esempio all’attuale Romano Pontefice...).

Certo, oggi non sono più in molti a sapere il latino nel senso di “potere, esser in grado di”, come ci suggeriscono le lingue germaniche. Il meglio che circola di solito a livello di istruzione superiore è una faticosa competenza passiva, ottenuta “per un piccolo numero soltanto, dopo molto tempo e non senza mescolanza di errori”, ovviamente con l’indispensabile compagnia del dizionario e applicabile solo a segmenti testuali assai ridotti. Quanti sono coloro che dopo 5 (cinque!) anni di liceo, anche classico, e magari 4 o 5 anni di studi letterarii all’università sono in grado da soli alla sera di “entrare nelle antique corti delli antiqui huomini” e come il Machiavelli colloquiare con i loro testi? Chiunque invece dedica la metà del tempo che fino ad ora veniva dedicato al latino ad un’altra lingua straniera, è senz’altro in grado di leggere un giornale o un romanzo in quella lingua. Qualcosa evidentemente non funziona. E questo qualcosa è stata l’introduzione scriteriata, a tutti i livelli dell’insegnamento, della categorizzazione astratta di regole grammaticali, che progressivamente hanno bandito l’uso linguistico dalle scuole, fino a che sono morti più o meno tutti i maestri in grado di trasmettere l’uso vivo del latino. Si può fissare la data di nascita di questo processo, guarda caso, al 1660, con la pubblicazione della Grammaire générale et raisonnée de Port Royal. Il primo grido di allarme fu nientemeno che di Pascoli, nella sua relazione del 1893 all’allora ministro della P.I. F. Martini.

Di quella relazione, sollecitata dal ministro per individuare “le cagioni principali dello scarso profitto del latino [sic!] nei ginnasi e nei Licei” e i possibili rimedi, vale la pena riportare qualche citazione: “si legge poco, e poco genialmente, soffocando la sentenza dello scrittore sotto la grammatica, la metrica, la linguistica. I più volenterosi si annoiano [...] e ricorrono ai traduttori non ostinandosi più contro difficoltà che, spesso a torto, credono più forti della loro pazienza [...] Le materie di studio si moltiplicano, e l’arte classica e i grandi scrittori non hanno ancora mostrato al giovane stanco pur un lampo del loro divino sorriso. Anche nei Licei [...] la grammatica si stende come un’ombra sui fiori immortali del pensiero antico [...] Il giovane esce, come può, dal Liceo e getta i libri: Virgilio, Orazio, Livio, Tacito! dei quali ogni linea, si può dire, nascondeva un laccio grammaticale e costò uno sforzo e provocò uno sbadiglio”. Il Pascoli, che pur sembra fare molte concessioni alla grammatica o comunque teme di non apparire “moderno” (“Né vieti sistemi, né troppa filologia”), riconosce tuttavia che senza una adeguata conoscenza linguistica di base, gli autori diventano pretesto per il mero esercizio analitico, grammaticale e traduttivo. Per questo, tra i rimedi suggerisce: “La grammatica dia la chiave dell’interpretazione, ma stia, quando non è necessaria, in disparte. L’insegnamento della grammatica sia tenuto ben diviso e distinto dalla lettura e dalla interpretazione dei classici”.



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