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SCUOLA/ Studenti portatori di handicap, così lo Stato spreca i soldi

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Vent’anni fa entrava in vigore la legge 104, una legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate. Molti la conoscono per le opportunità che offre ai lavoratori che devono assistere familiari disabili. In realtà è molto di più: per esempio, è uno strumento straordinario per favorire l’integrazione degli alunni diversamente abili nelle scuole statali e paritarie.

Questa legge ha abolito le classi differenziali e ha tracciato la strada affinché lo studente disabile non sia emarginato, ma possa sentirsi accolto dalla classe e aiutato nel percorso dell’istruzione. Prevede, infatti, che una équipe multidisciplinare, composta da un docente di base, uno di sostegno, un neuropsichiatra infantile e dagli stessi genitori, tenuto conto delle potenzialità e delle difficoltà dell’alunno, elabori un programma educativo individualizzato ed indichi le figure professionali (insegnante di sostegno, educatore professionale, assistente educativo, traduttore del linguaggio e dei segni etc.) che devono supportare l’alunno e le ore di sostegno necessarie.

In questo modo lo studente diversamente abile diventa parte della sua classe, cresce e matura con essa e diviene egli stesso stimolo per i compagni a confrontarsi con i problemi della vita, a cercare da subito l’equilibrio. Ciò garantisce il diritto soggettivo inviolabile, riconosciuto dalla Costituzione italiana e da quella europea, all’istruzione, all’educazione e all’integrazione scolastica, strumento necessario per la realizzazione e lo sviluppo della personalità del portatore di handicap.

Perché l’intento legislativo si realizzi è però necessaria unadeguata programmazione delle risorse economiche, che purtroppo ancora manca. Accade, infatti, che il ministero dell’Istruzione preveda sistematicamente stanziamenti insufficienti, che non consentono ai dirigenti scolastici di garantire, a chi ne ha diritto, il sostegno adeguato alla propria patologia. Il bilancio è salvo, ma il risultato è catastrofico: l’alunno diversamente abile non progredisce, non si inserisce e spesso, seppur involontariamente, disturba la classe. Il docente di base è sconfortato, perché non riesce a seguire adeguatamente né l’alunno in difficoltà, né gli altri suoi allievi. In questo modo i buoni propositi della legge naufragano miseramente, trasformando in delusione l’entusiasmo di quei genitori che speravano che almeno la scuola riconoscesse ai loro bambini gli stessi diritti di tutti gli altri.

Molti si rassegnano, pensando che non ci sia modo per combattere contro l’esiguità delle risorse; altri però non si arrendono e, grazie anche al supporto di tante associazioni, ricorrono alla magistratura, affinché obblighi l’istituzione scolastica a garantire l’effettiva integrazione dell’alunno diversamente abile. Ancora una volta, la Giustizia deve sostituirsi al buon governo e tutelare i cittadini rispetto allo Stato: in pochi anni si è formata una giurisprudenza consolidata, che impone alle scuole, sia pubbliche che paritarie, di riconoscere il sostegno adeguato alle singole patologie degli alunni.



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