BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Invalsi, quegli errori di italiano che i prof non correggono

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto

Il progetto è riuscito a dare un quadro preciso della situazione anche grazie al metodo di lavoro dei correttori, che hanno operato sempre in compresenza per discutere insieme i casi dubbi, e hanno ricavato dal campione una casistica molto interessante dei malfunzionamenti a tutti i livelli (testuale, grammaticale, lessicale, ideativo). Per questo il Rapporto è interessante non solo per la descrizione degli errori di scrittura, ma per l’ampia esemplificazione. Ne può trarre vantaggio un insegnante di italiano, a cui nessuna università ha mai proposto un corso teorico-pratico di “valutazione dello scritto”: nel corso degli anni ciascuno si forma una griglia implicita che raramente ha occasione di confrontare con i colleghi. In questa griglia implicita hanno un posto ben preciso gli errori ortografici e gli svarioni di grammatica, ma altri aspetti altrettanto importanti, se non addirittura più sostanziali per una pagina scritta (come la capacità di organizzare gli argomenti attorno a un’idea centrale, oppure l’uso esperto della punteggiatura), sono molto meno presidiati dagli insegnanti. Non c’è adeguata coscienza di come si possano osservare la “successione tematica” o le “solidarietà lessicali”, con la conseguenza che gli studenti nemmeno percepiscono il problema e cadono in errori ripetuti e sostanziali.

Non c’è solo una scarsa attenzione degli insegnanti su alcune caratteristiche dello scritto: è come se ci si rassegnasse al fatto che non è possibile andare oltre la virgola mal collocata, oppure oltre un’architettura testuale raffazzonata cucendo insieme citazioni scollate fra loro dei documenti del saggio breve. La constatazione diffusa è che alle superiori arrivano studenti che non hanno nemmeno le basi di una lingua corretta, ricca, articolata e piena di sfumature, capace di cogliere il reale nella sua complessità: a quel punto la battaglia sembra già persa.

La rassegnazione di fronte alle mende di carattere testuale (la coesione e la coerenza prima di tutto) e alla povertà linguistica sono segno di un fallimento più generale: la lingua non è più socialmente sentita come un patrimonio da trasmettere alle giovani generazioni. Il fatto è che per molti anni la lingua non è stato un “bene giuridico tutelato”, ed è inutile stracciarsi le vesti. Dopo il giusto sdoganamento delle varietà dialettali, sociali, regionali a fronte della lingua toscaneggiante e letteraria che ha costituito la norma nei primi anni della Repubblica, il parlato spontaneo è diventato oggi unità di misura generalizzata. Persino a scuola, quella che con la sua azione dovrebbe contrastare le differenze socioculturali delle famiglie d’origine. Non è sentito come un oggetto di attenzione il “lessico astratto” – emulare, cruciale proiezione (astratto in sé, non certo avulso dalla vita sociale e professionale), che è poi il linguaggio in cui si esprimono la cultura e la scienza. La padronanza di una lingua che io chiamo “adulta” dovrebbe essere invece obiettivo specifico di apprendimento della scuola superiore, avendo alle spalle un buon cammino di riflessione sulla lingua nel primo ciclo.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
21/03/2012 - insegnare a leggere... (Sergio Palazzi)

Giusto, Daniela, il problema forse è proprio che ci si dimentica di insegnare a leggere, e a quel punto diventa difficile insegnare / imparare a scrivere. Proprio di recente mi sono scontrato con studenti (quasi maggiorenni, ed in una scuola che non passa per essere la più "facile"!) che non capivano il senso di una pagina tecnica perchè di fatto avevano dei seri problemi con il linguaggio naturale. Mi sono reso conto che c'è una cosa in più che dovrei controllare e su cui lavorare. Mi torna in mente il primo degli articoli che ilSussidiario mi aveva pubblicato... Noto tra l'altro una certa sintonia tra il tuo discorso e quelli recenti di Tanca sui problemi della didattica delle lingue classiche, o no?

RISPOSTA:

Cogli giusto, e non ci eravamo messi d'accordo! Bisognerebbe fare anche sull'italiano la stessa ricerca che Tanca ha fatto sul latino. La repubblica ha ereditato una concezione delle materie scolastiche che non è dogma di fede, come dice sempre il nostro amico Felice Crema. Una delle scelte responsabili dell'insegnante consiste nel proporre agli studenti percorsi ragionevoli di crescita progressiva (per esempio delle competenze linguistiche), non lo schema della disciplina accademica. Recuperare il "bene-giuridico-tutelato-lingua" consente appunto di introdurre nella scuola un principio ordinatore e una direzione. DN