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SCUOLA/ Cara, vecchia traduzione, quanti studenti hai sulla coscienza?

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Purtroppo la prassi didattica soprattutto italiana confonde in modo irrimediabile i piani: la traduzione (sia di frasi singole, sia di brani isolati – le cosiddette “versioni” – sia di sequenze di maggiore estensione) rappresenta l’unico strumento impiegato sia a livello di apprendimento sia a livello di verifica. Il risultato è disastroso perché in questo modo la lingua che si dovrebbe apprendere (il latino, il greco) viene sempre “filtrata” attraverso le strutture dell’italiano: e in questo modo, semplicemente, non si può imparare nessuna lingua. Lo studente (e molto di frequente l’insegnante) descrive le strutture del latino o del greco non attraverso una descrizione funzionale interna alla lingua che si vorrebbe apprendere, ma attraverso meccanismi traduttivi: dunque il latino non viene pensato in quanto tale, ma solo attraverso il confronto con traducenti italiani.

Ad esempio un meccanismo molto semplice da descrivere quale quello dei verbi di comando al passivo (iubeor ecc.) viene interpretato attraverso contorcimenti traduttivi necessariamente molto complessi, generatori di eccezioni e di particolarità che tali sono solo perché il meccanismo scelto è quello, appunto, differenziale e non interno all’oggetto di descrizione. E si osservi che qualunque studente comprende immediatamente analoghe strutture dell’inglese (ad es. “I was ordered to do…”) senza preoccuparsi di descrivere l’inglese attraverso l’incongrua mediazione dei possibili traducenti italiani.

Il risultato è naturalmente l’inefficienza di qualunque tentativo di insegnamento del latino e del greco e la perdita stessa del valore educativo grandissimo della traduzione. Utilizzata in modo cosí maldestro, la traduzione perde la propria specificità di luogo di verifica della vicinanza e della distanza tra le lingue, e si trasforma in un mostruoso ibrido che non riesce né a descrivere l’oggetto linguistico né a farne percepire la distanza rispetto alla lingua materna. Certamente il problema di base della didattica del latino e del greco, ma anche in generale delle materie umanistiche, è di tipo motivazionale: far riprendere alla traduzione il suo vero ruolo, liberandola da compiti che non le spettano, non risolverà certo il problema della sensatezza dello studio di queste materie, ma potrà offrire un contributo di efficienza didattica dai risultati sicuri e ben sperimentati dalla pratica didattica ormai consolidata al di fuori della scuola italiana. 

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