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SCUOLA/ Ichino: abolire il valore legale? A 3 condizioni

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Il ministro Profumo, da rettore, al Politecnico di Torino (InfoPhoto)  Il ministro Profumo, da rettore, al Politecnico di Torino (InfoPhoto)

Certo. Infatti, opzioni identiche vanificano la necessità e i benefici di una scelta. Ma se gli studenti sono indotti dallo Stato a pensare che siano identiche, non hanno incentivo a scegliere e quindi non mettono nemmeno in moto quella pressione concorrenziale che dovrebbe spingere le università a miglorarsi. E questo va soprattutto a danno delle famiglie meno abbienti, i cui figli sono illusi dallo Stato riguardo alla reale qualità dei titoli che hanno conseguito. Da questo punto di vista, meglio consentire alle università di differenziarsi nell’offerta formativa, in piena autonomia e con la possibilità di aumentare le tasse universitarie per finanziarsi. E, al tempo stesso, offrire agli studenti prestiti condizionati al reddito (attenzione: non prestiti tradizionali, ma “borse di studio restituibili”,  si vedano i dettagli nella nostra proposta) che consentano loro di scegliere l’università che ritengono migliore. Questa combinazione di proposte creerebbe le condizioni per un’autentica possibilità di scelta.

Ma il valore legale del titolo che cosa c’entra?

C’entra eccome, perché lo Stato da un lato cerca di assicurare un’impossibile uguaglianza degli atenei, e dall’altro induce gli studenti, soprattutto quelli meno abbienti, a pensare che questa uguaglianza esista davvero. Questa situazione genera un circolo perverso che non stimola le università a migliorarsi al servizio degli studenti e non stimola gli studenti a scegliere premiando le università migliori e punendo quelle peggiori.

Andiamo a vedere dal lato dell’offerta. Di fatto esistono lauree di serie A e lauree di serie B. Che cosa non ha funzionato?

È vero quando si dice che non c’è una legge precisa che istituisca il valore legale de titolo di studio. Ma esiste un insieme di norme e regolamenti con ricadute nella contrattazione aziendale e nelle norme consuetudinarie, che portano gli italiani a pensare che i titoli di studio non solo abbiano lo stesso valore, ma che anche debbano averlo. Che una maturità a Palermo debba valere lo stesso che una maturità a Milano; e perfino che la maturità ottenuta nella sezione A del liceo tal dei tali debba valere come quella della sezione B del medesimo liceo.

«Debba», lei dice. Perché?

Perché gli italiani si sono convinti che lo Stato, in una visione a mio avviso un po’ distorta delle pari opportunità, dovrebbe garantire che i titoli abbiano per tutti lo stesso valore indipendentemente da dove sono stati conseguiti. E questo come ho detto è non solo impossibile, ma anche dannoso per il sistema, perché riduce la concorrenza. E a ben guardare, è un po’ anche una truffa da parte dello Stato ai danni degli studenti e degli utenti della pubblica amministrazione, che è costretta ad assumere senza badare alle differenze tra i titoli.

Lei ha parlato di contrattazione aziendale, ma il privato sa benissimo quanto valgono le lauree. E infatti la consultazione del governo non intende riguardare – testualmente – «il tema della rilevanza del titolo di studio per l’accesso all’impiego privato».



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