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SCUOLA/ Dalle paritarie 4 "lezioni" che fanno bene allo Stato

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L’articolo che segue è un estratto del contributo di ONORATO GRASSI Associazionismo e sussidiarietà nella scuola cattolica tenuto a Roma lo scorso 19 febbraio in occasione del Convegno nazionale promosso dal Centro Studi per la Scuola Cattolica sul tema “Educare alla vita buona del Vangelo a scuola e nella formazione professionale”.

Il rinnovamento del sistema formativo in Italia “può essere sinteticamente rappresentato come il passaggio da una scuola sostanzialmente dello Stato a una scuola della società civile, certo con un perdurante e irrinunciabile ruolo dello Stato, ma nella linea della sussidiarietà”(1). Con queste parole, contenute nella Prolusione all’Assemblea Nazionale della scuola italiana del 1999, l’allora Presidente della Cei, card. Camillo Ruini, indicava la svolta da compiere non solo, e non tanto, in difesa della scuola cattolica nel nostro paese, ma per il bene della scuola stessa e a vantaggio delle giovani generazioni, mal disposte a subire una formazione rigidamente governata dall’alto e invece aperte ad un rinnovamento che, riscoprendo le autentiche radici della cultura, mettesse in grado di vivere da protagonisti in una società complessa e sottoposta a inaspettati e repentini cambiamenti, come è quella occidentale dei nostri tempi.

In un agile commento ai dieci anni dall’entrata in vigore della legge sulla parità scolastica, Guglielmo Malizia osservava a sua volta che, per uno Stato che non pretenda di essere gestore della vita dei cittadini, ma sia aperto alle istanze della società, il riconoscimento e il potenziamento del terzo settore o del privato sociale si presenta come una necessità ineludibile e che, nei suoi confronti, “il potere statale non può limitarsi solo ad ammettere il contributo nell’ambito dei servizi sociali, ma dovrà perseguire una politica di promozione effettiva”(2). E, per meglio spiegare il concetto, aggiungeva: “In questo ambito assume una particolare rilevanza il principio di sussidiarietà”, sia in senso verticale – fra enti istituzionali e governo – sia in senso orizzontale – fra società e stato, in una diversa configurazione dei rapporti fra pubblico e privato.

I termini della questione risultano così essere stati definiti con molta chiarezza e senza alcuna esitazione, anzi, si potrebbe dire, con una certa enfasi piena di speranza e di motivato impegno a collaborare a una transizione ritenuta da molti improcrastinabile e, dal punto di vista valoriale, giusta e utile al bene comune.

Purtroppo, a distanza di anni, il perdurare di pregiudizi e di una certa ignoranza sulla materia, cui hanno fatto eco, su altro versante, timori e incertezze di varia natura, hanno impedito di realizzare, o per lo meno di dare avvio a processi di riforma che ponessero su nuove basi il sistema scolastico, liberandolo dall’“ingessatura” centralistica e dai “miti” di uni-formità che ancora lo contraddistinguono. Non sfuggono, a questo proposito, i complessi problemi, di ordine giuridico, istituzionale e politico, legati ad una diversa configurazione dei rapporti fra società e stato, fra cittadini e governo, fra libertà individuale e potere. Né viene dimenticata l’esigenza di salvaguardare, in un paese che sta lentamente recuperando la propria identità storica nazionale, il bene comune e la pace sociale. Tuttavia non si può ignorare che proprio la scuola, per la sua stessa natura di fenomeno culturale e sociale, prima che istituzionale, richiede una determinazione in senso liberale e democratico dei rapporti politici e delle regole della convivenza civile, salvaguardando sia il principio di solidarietà – l’atto educativo è propriamente un atto “solidale” – sia quello di sussidiarietà – l’educazione è un’attività primaria, intrinseca all’agire umano.



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