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SCUOLA/ Dalle paritarie 4 "lezioni" che fanno bene allo Stato

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Nella storia dell’Italia repubblicana si è assistito ad un alternanza fra Governi in cui era prevalente una visione statalista della scuola e Governi invece favorevoli alla sussidiarietà e al pluralismo, ma del tutto incapaci di realizzarli. Il disinteresse con cui il mondo politico guarda alla scuola – non riuscendo a capire che proprio nel capitale umano sta la risorsa principale dello sviluppo di un paese e quindi del suo futuro – tocca i suoi vertici quando si ponga in questione la struttura del sistema scolastico e le sue finalità.

Il cambiamento di rotta, che Luigi Sturzo auspicava nel 1947 per la scuola libera (5), dopo che essa era stata sottomessa al monopolio statale durante il fascismo, è ancora, in buona parte, da realizzare. E, come allora, non è questione di ottenere concessioni o favori, rinunciando alla propria “libertà didattica e funzionale”, ma di attuare la vera “libertà scolastica”, quella che “non può germogliare nell’atmosfera pesante creata dal monopolio burocratico statale”. [...]

2. L’autonomia nella scuola

Una strada da percorre nella direzione sopra richiamata è quella dell’autonomia, che costituisce il principio strutturale dell’esercizio della libertà nella società, così come la sussidiarietà ne rappresenta il principio funzionale.

L’autonomia scolastica è un obiettivo divenuto ormai comune in Europa, almeno a partire dagli anni 90 del secolo scorso, che hanno visto la quasi generalizzazione delle politiche di autonomia scolastica, a partire dai paesi nordici, nei quali essa si è strettamente unita al decentramento politico, fino ai paesi del ex blocco dell’Unione sovietica – Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia – e ai paesi baltici – Lettonia, Estonia, Lituania –, i quali, dovendo ripensare radicalmente la scuola dopo gli anni del totalitarismo, hanno decisamente optato per questo modello organizzativo. Per altri paesi europei l’autonomia scolastica è divenuta oggetto di riflessione soprattutto negli ultimi anni. Si pensi alla Germania e all’avvio delle sperimentazioni nei vari Laender a partire dal 2004, alla Spagna, ove, con la nuova legge Loe del 2006, si sta realizzando un potenziamento dell’autonomia didattica e gestionale, o alla Francia, che sta mettendo a punto e riformulando strumenti e modelli progettati nei decenni precedenti. In Italia, la legge n. 59 del 15 marzo 1997 e la Bassanini hanno indicato i principi e gli ambiti di attuazione dell’autonomia scolastica, ma, in questo campo, rimane ancora molta strada da fare. [...]

Se “il titolo vale la scuola”, come scrisse Sturzo (6), e se è vero che, con la messa in questione del valore legale del titolo di studio, ci si sta avviando, comunque si risolva la questione, ad una maggior considerazione della qualità delle università e delle scuole, vale a dire della scienza e del sapere che in esse sono coltivati e degli insegnamenti impartiti, diviene indispensabile che alla rivendicazione del diritto ad esistere e alla libertà di educazione si colleghi strettamente la responsabilità e il consapevole impegno per una scuola di alto valore culturale e didattico.

Tale responsabilità e impegno possono essere esercitate almeno a tre livelli: a. il motivo e la natura della scuola libera; b. la formazione degli insegnanti; c. la formazione intellettuale e morale delle giovani generazioni.

a. Motivo di una scuola libera – Il motivo per cui si fa una scuola libera riguarda la decisione originaria, la continuità della sua realizzazione e le prospettive. Quando nei tre momenti si ritrova la medesima motivazione – non solo in quanto richiamo ideale, ma anche come criterio per decisioni concrete e scelte programmatiche – la scuola presenta, in generale, una forte e coerente identità. Al contrario, il cambiamento di motivazione, da uno stadio all’altro, può essere dovuta a situazioni di crisi oppure a spinte di ripresa e rinnovamento.



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