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SCUOLA/ Lo "spread" tra licei e tecnici: cosa scelgono davvero gli studenti?

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Tornando ai nostri giorni, mi pare che non sia ancora spenta l’eco delle giuste lamentazioni che abbiamo fatto fino a ieri su una scuola completamente avulsa dalla realtà e meno che mai consapevole dei problemi del mondo del lavoro. Se però cambia il “trend” fra licei e tecnici, ecco che si temono le  vertigini di un mutamento epocale. Ma non è così. E da un certo punto di vista non lo è mai stato. Un esempio? Quando lo stesso Giovanni Gentile ideò (sic!) la sua Riforma, non a caso pose l’istituto tecnico strutturalmente alla pari del liceo classico: scuola quinquennale l’uno, scuola quinquennale l’altro, accesso a tutte le facoltà universitarie l’uno, accesso al politecnico l’altro. Tutto il resto era di quattro anni.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico del secondo novecento hanno, poi, fatto il resto per colmare la riduzione concettuale dell’idealismo sulla natura e l’affermazione definitiva della prospettiva scientifica galileiana con quello stretto rapporto teoria/pratica, che dà pari dignità anche allo studio sul “grande libro della natura”. Come a dire che le vecchie “via all’in su” (induzione) e “all’in giù” (deduzione) delle speculazioni filosofiche del passato si siano riconciliate nella reciproca sinergia, quali vie entrambe adeguate dell’intelligenza e dei suoi processi conoscitivi. Per cui, da educatori, non smetteremo mai di richiamare gli studenti del classico a misurarsi con la realtà, dopo averli formati alle necessarie capacità di astrazione e di logica, e, viceversa, sappiamo che la finalità formativa degli allievi dei tecnici non può escludere la necessità di puntare sempre più alle sfere dell’astrazione e della dimensione simbolica.

Ma se questi sono alcuni antefatti, che tecnici e professionali troveranno l’anno prossimo tutti questi ragazzi?

Gli istituti tecnici di oggi non sono più certamente quelli della fine degli anni 60. E nemmeno l’impianto prefigurato dalle ipotesi di riforma Moratti-Bertagna, che prevedeva la costituzione di un unico sistema di istruzione e formazione a due canne d’organo (una liceale a carico dello Stato e una tecnico-professionale a carico delle Regioni) si è concretizzato. Saremo, invece, al terzo anno dell’intervento Gelmini-Tremonti, che ha ridotto le ore da 36 a 32 settimanali per cui un docente di lettere, che aveva complessivamente 10 ore in una classe, adesso ne ha complessivamente 6; quello di matematica è passato da 5 a 4; i laboratori (chimica, fisica, scienze) sono stati ridotti tutti di un’ora, mentre sono state introdotte le tecnologie informatiche [3(2) ore]. Gli effetti non sono ancora documentabili, si vedranno nel tempo. Certo l’obiettivo di ridurre l’abnorme frammentazione (39 indirizzi e oltre 160 sperimentazioni solo nei tecnici, stratificatasi nel tempo) è stato raggiunto: due soli grandi settori, suddivisi in undici indirizzi, nei tecnici e due settori, con sei indirizzi, nei professionali.

I Regolamenti dei nuovi tecnici e professionali, poi, prevedono espressamente quote di curricolo (fino al 30% nel secondo biennio e 35% nel quinto anno per i tecnici; entro il 35% nel secondo biennio e 40% nel quinto anno per i professionali) quali spazi di flessibilità per la “ulteriore articolazione delle aree di indirizzo in un numero contenuto di opzioni”.



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