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SCUOLA/ Lo "spread" tra licei e tecnici: cosa scelgono davvero gli studenti?

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La tendenza in atto a livello nazionale, stando ai dati resi noti dal Miur basati sui circa 570mila frequentanti l’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado, è il timido segnale di un riorientamento delle famiglie (inutile pensare ad una presa di coscienza dei quattordicenni) e forse più realisticamente dei docenti soprattutto di lettere e di matematica della scuola media italiana.

Se i licei passano dal 49,9% del 2011 al 47,9% del prossimo anno scolastico e gli istituti tecnici e i professionali complessivamente considerati dal 50,1% al 52,1%, non credo proprio che ci sia da stracciarsi le vesti, semmai da rallegrarsi sull’efficacia dei dati divulgati dai media che hanno descritto la grave carenza di tecnici nel nostro Paese: circa 100mila posti disponibili nel nostro mercato del lavoro interno e attualmente non coperti da italiani. Per i professionali è bene notare che quasi la metà della scelta si concentra sull’indirizzo alberghiero, mentre poche frazioni ancora si rivolgono ai settori dei Servizi e delle Manutenzioni.

Solo, comunque, una miope pregiudiziale ideologica, quale quella che, dalla fine degli anni settanta, ha teorizzato il “tutti laureati” può rammaricarsi di questo lieve “spread” fra licei e tecnici, che, fra l’altro, è leggermente a favore di questi ultimi. A questo proposito, sarebbe interessante che filosofi, sociologi, economisti, opinion leaders, insomma i mâitre à perser contemporanei ci dicessero, in base alle loro analisi, qual è il rapporto più “equo”, in una società moderna ed equilibrata, fra la formazione liceale e la formazione tecnica. Esiste una “sezione aurea” sociale fra componente umanistico-scientifica e componente tecnico-scientifica?

Sono, infatti, variazioni modeste, non c’è alcun sorpasso storico, solamente una “lieve” inversione di tendenza, che si tratterà di vedere se confermata o meno nei prossimi anni.

Se andiamo indietro nel tempo, il boom degli istituti tecnici (e dei professionali) alla fine degli anni 60, fu il segnale (se non la conseguenza) sia di una economia italiana in forte crescita, che richiedeva un gran numero di “quadri” e di operai specializzati per le industrie, sia di una istituzione scolastica capace di porsi in stretto rapporto con la società, con le sue esigenze economiche generando risposte adeguate al bisogno. Non a caso i nuovi istituti professionali nacquero, allora, come scuole superiori triennali, vocate specificamente alla formazione professionale e dotate di autonomia gestionale e didattica per essere quanto più possibile funzionali alle esigenze, come si dice oggi, del Territorio.



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