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SCUOLA/ Lo "spread" tra licei e tecnici: cosa scelgono davvero gli studenti?

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Di nuovo, a mio  avviso, c’è qualcosa che, a dire il vero, non è stata tanto evidenziata e cioè una maggiore sensibilità ministeriale verso le esperienze di alternanza scuola-lavoro, che il Miur e le Regioni stanno incentivando con (ancora magre) risorse, ma che è il  segnale di una attenzione ad uno strumento di formazione (quando non si limita al semplice “turismo industriale”) che sicuramente favorisce l’acquisizione delle competenze (sempre che le esperienze lavorative siano effettivamente tali). Sia nel tecnico industriale che nei due professionali che dirigo, ho visto studenti veramente felici di operare in un “cantiere”, che era la scuola stessa: un impianto elettrico da mettere a norma, ovviamente sotto la guida degli ingegneri elettrotecnici loro docenti e dei tutor aziendali della ditta appaltatrice.

Oppure, la proficua sinergia con un istituto tecnico commerciale (della città), con cui la scuola è da poco in rete, che ha utilizzato un’esperienza di “simulazione aziendale”, prevista dal proprio curricolo, finalizzata alla “promozione” dei prodotti della trasformazione agroalimentare dell’azienda agraria del mio professionale per l’agricoltura. Ragionieri ed operatori agricoli si sono incontrati più volte e misurati, sul concreto, gli uni ponendo le proprie ragioni agli altri per mettere insieme le reciproche conoscenze e raggiungere uno scopo comune.

Rarae Aves? Può darsi, ma in prospettiva c’è una legge sull’apprendistato (D.Lgs. n. 167 del 14 settembre 2011) che potrebbe ancora essere declinata nella direzione della vera formazione professionalizzante affinché dai tecnici e dai professionali un buon numero di allievi possano già uscire, fra tre anni, con un contratto a tempo indeterminato in tasca. Sarebbe un bel contributo della scuola alla società in questo momento storico.

Ritorna, pertanto, la questione che mi ponevo altrove: che cosa si può fare per trasformare tecnici e professionali in scuole di serie “A”?



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