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SCUOLA/ La lezione di Gian Galeazzo Visconti a chi vuol cambiare la scuola

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Il duomo di Milano (Imagoeconomica)  Il duomo di Milano (Imagoeconomica)

Si capisce bene quanto profondo sia il contrasto con la situazione attuale. Non solo oggi non si accetta di lavorare per qualcuno che deve ancora venire al mondo, ma spesso, ben più prosaicamente, il ritmo che scandisce gli investimenti coincide di fatto con quello del ricambio della classe politica, se non con quello dei governi. I dati parlano chiaro: in Italia, dal 1945 a oggi, in 18 legislature, compresa la Luogotenenza e la Costituente, si sono susseguiti 64 governi con una durata media di un anno. Per verificare gli effetti di una riforma scolastica, limitandoci alla scuola dell’obbligo, occorrono invece almeno 11 anni (uno più della durata di un intero ciclo): è facile capire che se il metro è dettato dal ritmo di ricambio politico, praticamente nessuna riforma può essere seriamente proposta perché la verifica (nel bene e nel male) avrebbe scarsissime probabilità di spettare a chi l’ha progettata e fatta accettare. Quando poi si tratta di valutare l’impatto sull’impiego delle risorse disponibili la situazione diventa decisamente paradossale, per non dire imbarazzante: non ci voleva una Cassandra per capire che il decremento demografico del nostro paese a partire almeno dagli anni sessanta andava nella direzione opposta alla moltiplicazione delle sedi universitarie che sono aumentate fino a raggiungere il numero di 89 atenei presenti, tenendo conto delle sedi staccate, in 273 comuni, secondo il Miur; né serviva la cabala per rendersi conto che la generosità con la quale i politici hanno permesso alle generazioni precedenti di accedere al regime pensionistico avrebbe necessariamente messo in difficoltà quelle future.

 Questo inaspettato richiamo della storia di un edificio, dunque, ha costituito per me un’occasione unica di riflessione. Mi è chiaro ora che uno degli aspetti che generano l’instabilità del nostro mondo consiste nella pretesa che questa stabilità sia immediata e, soprattutto, che la misura della verifica siamo noi, ciascuno di noi intendo, come se il mondo fosse una proprietà assoluta e circoscritta all’individuo. Certo occorre darsi da fare per migliorare l’assetto normativo (basterebbe, ad esempio, per rimanere nel mondo universitario, ammettere la cooptazione diretta dei docenti da parte degli atenei e liberalizzare gli stipendi per generare concorrenza effettiva), ma nessuna legge può cambiare radicalmente le cose perché nessuna legge può prescrivere di amare chi non c’è ancora.  

Allora non può essere un caso che quelle cattedrali che sono fiorite ovunque in Europa, bellissime e ardite e spesso totalmente sproporzionate rispetto ai minuscoli centri urbani dove prendevano forma, non fossero semplicemente edifici grandiosi, ma fossero soprattutto il segno tangibile di un’imitazione di chi ha dato la vita per amore di chi non conosceva neppure.

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