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SCUOLA/ Basta essere bravi docenti per cambiare la scuola?

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In realtà, la competenza è, al di là della definizione canonica contenuta nei sacri testi Ocse e Ue, una conoscenza che da strumento e attrezzo diviene modalità esistenziale dell’Io, quando studia, quando opera nel mondo, quando si relaziona, quando vive. E’ una conoscenza-logos che si incarna. Ovviamente non ogni conoscenza parcellare si trasforma in competenza. Molte conoscenze reciprocamente correlate in una totalità-sistema possono produrre una sola competenza. Lo studio delle guerre peloponnesiache può servire per passare un esame o un quiz; ed è un primo livello di utilità strumentale immediata; ma insieme ad altre conoscenze può contribuire a definire una posizione esistenziale dell’Io rispetto alla storia presente. Produce una competenza, cioè un significato più ampio di quello racchiuso nella conoscenza di un oggetto determinato. La conoscenza è “un avvenimento” soltanto se non scivola sull’epidermide dell’Io, se, appunto, “ad-venit”, se si connette al sistema esistenziale della persona. La conoscenza è un’epifania che illumina il paesaggio, solo se si connette all’Io profondo, se diviene una qualità/modalità dell’Io. Insomma: solo se diviene competenza. Il che suppone un’attesa attiva da parte dell’Io.

Tuttavia il passaggio dalla teoria corretta della competenza alla “didattica per competenze” richiede l’attivazione di alcune condizioni, senza le quali essa diviene il solito Eldorado retorico, che nessuno mai riuscirà a raggiungere. Il vocabolo “competenza” è solo uno stenogramma, allusivo a molto di più.

La prima condizione è che la personalizzazione divenga il principio ispiratore dell’azione educativa e didattica di ciascuno e di tutti gli insegnanti. Si tratta di molto di più che una tecnica didattica. Gli insegnanti devono vedere le persone che hanno davanti, le persone che apprendono. Partire da chi hanno di fronte, non dai programmi da completare, che costituiscono il mediocre, ma secolare imperativo categorico dei docenti. La diffidenza contro il principio di personalizzazione non è pedagogico-didattica, è innanzitutto filosofica. E’, infatti, ben vero che essa ha sullo sfondo una potenziale deriva nichilista: quella dell’assoluta autoreferenzialità dell’Io, che interpreta la propria libertà come “radicale estenuazione di tutti i vincoli”.

Perciò la personalizzazione è percepita come sinonimo di anarchia didattica, di libertà come licenza. Alla quale viene pertanto contrapposto il vincolo degli ordinamenti e dei programmi, non importa se la scuola sia statale o paritaria. Ora, non c’è dubbio che la Repubblica ha il dovere di indicare, in relazione agli sviluppi culturali e tecnico-scientifici del tempo presente e del futuro prossimo, i traguardi che i ragazzi devono raggiungere per diventare uomini, cittadini e lavoratori. La personalizzazione non consiste nella possibilità che ciascuno studi quel che gli pare.



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COMMENTI
06/03/2012 - E' possibile cambiare la scuola? (Gianni MEREGHETTI)

Una sfida interessante quella di coniugare competenze e conoscenze, una sfida che rimane vertiginosa, continuamente aperta, una sfida che nessuno può chiudere, nemmeno l'insegnante migliore che ci sia. L'insegnante di oggi è sempre più sul crinale di un passaggio spericolato e non può affidarsi nè alla sua bravura nè ai programmi preconfezionati, vive pericolosamente in bilico, ad ogni istante deve ritrovare un equilibrio che poi perde per poi recuperare, questo è il destino dell'insegnare, non applicare delle regole, non svolgere dei programmi, ma stare davanti ad una domanda che urge sempre più incalzante. Ci sarà qualcuno capace di stare davanti a chi grida il suo desiderio? Questo è il problema serio dell'insegnamento.

 
06/03/2012 - Combattiamo: dov'è l'avversario? (enrico maranzana)

“E’ stato guadagnato, definitivamente, un traguardo teorico: non c’è contrapposizione tra conoscenze e competenze” una battaglia originata dalla scarsa professionalità degli operatori scolastici che non accettano alcun vincolo: la loro libertà di insegnamento è intangibile. La professionalità docente, invece, muove all’interno di un sistema di regole tra cui quella che fissa la finalità della scuola: “promuovere capacità e competenze per mezzo di conoscenze e abilità”. Sarebbe stato sufficiente sostare un minuto sulla norma per far evaporare il conflitto competenze/conoscenze. L’esame avrebbe mostrato un servizio scolastico fondato sulla progettazione formativa (rapporto con la società), sulla progettazione educativa (promozione capacità) e, in generale, sull’autonomia; avrebbe fatto sentire la stonatura di frasi del tipo “la difficoltà maggiore a costruire una didattica per competenze nei licei, rispetto ai tecnici e ai professionali”. Dissonanza che radica sul passato, sintomo della difficoltà di cambiare, di modernizzare. Emblematica la frase “la possibilità che gli insegnanti hanno di FARSI ASCOLTARE .. è l’ascolto che spiana la strada alla didattica per competenze” che, nonostante l’argomentazione svolta, ripropone, infiocchettato, il modello “io so, tu stai attento e comprendi”: la didattica ascendente, i laboratori non appartengono a questa cultura. In rete “Invalsi: un edificio dalle fondamenta traballanti” mostra i fraintendimenti che inquinano il mondo educativo.