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SCUOLA/ Basta essere bravi docenti per cambiare la scuola?

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Essa consiste nel condurre ciascuno, secondo la propria biografia, i propri tempi, i propri talenti verso l’acquisizione di quella tavola europea delle competenze, che sta davanti a tutti i ragazzi europei e, si potrebbe aggiungere, di tutto il mondo globalizzato. E’ emerso dal Convegno succitato che la difficoltà maggiore a costruire una didattica per competenze nei licei, rispetto ai tecnici e ai professionali, non si deve attribuire tanto al fatto che i tecnici e i professionali sarebbero culturalmente e didatticamente più orientati alle richieste del mercato del lavoro, quanto piuttosto al fatto che gli insegnanti di questi indirizzi si trovano quotidianamente confrontati con dei ragazzi che si presentano, diversamente da quelli dei licei, meno dotati sul piano del capitale culturale e sociale di origine, e pertanto più bisognosi di uno sguardo personalizzato.

La possibilità che gli insegnanti hanno di farsi ascoltare è più bassa negli indirizzi tradizionalmente considerati culturalmente più bassi e pertanto la necessità di farsi ascoltare aguzza il loro ingegno e la loro professionalità, li spinge ad ascoltare chi hanno di fronte. Guardare per essere guardati. Ed è l’ascolto che spiana la strada alla didattica per competenze.

E qui scatta la seconda condizione: la personalizzazione non è una partita che si gioca nel rapporto individuale tra singolo insegnante e singolo alunno. Essa richiede la costruzione di una rete comunitaria di insegnanti attorno a ciascun ragazzo: la comunità professionale educante. Ciascun insegnante accumula un pezzo di conoscenza storica della vicenda esistenziale, intellettuale, affettiva dell’alunno e ciascun insegnante consegna un pezzo del patrimonio culturale e cognitivo dell’umanità. La personalizzazione trasforma le tessere del puzzle in un mosaico coerente. E questo non è un lavoro che il docente fa da solo, chiuso nella solitudine della sua classe.

Il raggiungimento da parte dell’alunno delle competenze richieste e il loro accertamento non si realizza in una “repubblica di unici”, qual è mediamente quella dei Consigli di classe. Occorre un’osservazione quotidiana, “da uomo a uomo”, che accompagni, perché vi partecipa, il percorso esistenziale del ragazzo; anzi: “da uomini a uomo”. Nonostante passino davanti al ragazzo ogni giorno molte figure adulte, ciascuna con il proprio lascito da consegnare, nonostante le sue ore siano molto affollate, egli nuota in una sostanziale solitudine, madre di molti disagi e di parecchie anomie, da cui non sempre lo mette al riparo la presenza dei pari. 



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COMMENTI
06/03/2012 - E' possibile cambiare la scuola? (Gianni MEREGHETTI)

Una sfida interessante quella di coniugare competenze e conoscenze, una sfida che rimane vertiginosa, continuamente aperta, una sfida che nessuno può chiudere, nemmeno l'insegnante migliore che ci sia. L'insegnante di oggi è sempre più sul crinale di un passaggio spericolato e non può affidarsi nè alla sua bravura nè ai programmi preconfezionati, vive pericolosamente in bilico, ad ogni istante deve ritrovare un equilibrio che poi perde per poi recuperare, questo è il destino dell'insegnare, non applicare delle regole, non svolgere dei programmi, ma stare davanti ad una domanda che urge sempre più incalzante. Ci sarà qualcuno capace di stare davanti a chi grida il suo desiderio? Questo è il problema serio dell'insegnamento.

 
06/03/2012 - Combattiamo: dov'è l'avversario? (enrico maranzana)

“E’ stato guadagnato, definitivamente, un traguardo teorico: non c’è contrapposizione tra conoscenze e competenze” una battaglia originata dalla scarsa professionalità degli operatori scolastici che non accettano alcun vincolo: la loro libertà di insegnamento è intangibile. La professionalità docente, invece, muove all’interno di un sistema di regole tra cui quella che fissa la finalità della scuola: “promuovere capacità e competenze per mezzo di conoscenze e abilità”. Sarebbe stato sufficiente sostare un minuto sulla norma per far evaporare il conflitto competenze/conoscenze. L’esame avrebbe mostrato un servizio scolastico fondato sulla progettazione formativa (rapporto con la società), sulla progettazione educativa (promozione capacità) e, in generale, sull’autonomia; avrebbe fatto sentire la stonatura di frasi del tipo “la difficoltà maggiore a costruire una didattica per competenze nei licei, rispetto ai tecnici e ai professionali”. Dissonanza che radica sul passato, sintomo della difficoltà di cambiare, di modernizzare. Emblematica la frase “la possibilità che gli insegnanti hanno di FARSI ASCOLTARE .. è l’ascolto che spiana la strada alla didattica per competenze” che, nonostante l’argomentazione svolta, ripropone, infiocchettato, il modello “io so, tu stai attento e comprendi”: la didattica ascendente, i laboratori non appartengono a questa cultura. In rete “Invalsi: un edificio dalle fondamenta traballanti” mostra i fraintendimenti che inquinano il mondo educativo.