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SCUOLA/ Se Foscolo condivide il senso della bellezza con gli studenti di Udine

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C. D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818; particolare. Immagine d'archivio)  C. D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818; particolare. Immagine d'archivio)

“La mia ragione che è in perpetua lite con questo mio cuore […] Conosco d’essere un cervello bizzarro e stravagante, fors’anche; ma dovrò perciò vergognarmi? […] no; né umana forza, né prepotenza divina mi faranno recitare mai nel teatro del mondo la parte del piccolo briccone. […] e però tu mi udivi assai volte esclamare che tutto dipende dal cuore! – dal cuore che né gli uomini né il cielo, né i nostri medesimi interessi possono cangiar mai. […]” (Ultime lettere di Jacopo Ortis, 11 dicembre 1797).

QUESTA DOMANDA VALE ANCHE PER I GIORNI NOSTRI: APPENA CERCHI DI ESSERE DIVERSO, DI DISTOGLIERTI DALLA MASSA O DI ESSERE SEMPLICEMENTE TE STESSO VIENI ADDITATO DI ECCESSEIVA ECCENTRICITÁ O PRESUNZIONE. MA CHE C’È DI MALE NELL’ESSERE DIFFERENTE DALL’ORDINARIO? Foscolo in questo non ha paura di mostrarsi per com’è, anche a rischio del ridicolo, a volte, come si evince dalla prima citazione, ha il coraggio di esprimere ciò che sente, di far parlare il suo cuore.

Certo, è facile definire Foscolo come un uomo dal carattere difficile, complesso e estremamente triste e sconsolato, ma basta semplicemente pensare alla sua vita quotidiana, spesso descritta come un percorso ad ostacoli difficile da sopportare, al clima storico e politico dell’Ottocento, cruciale per il poeta, alle innumerevoli delusioni che ha subito e contro cui ha combattuto, ed infine alle mancate risposte alle sue necessità interiori, per capire la portata della sua straordinaria personalità e il coraggio delle sue scelte.

4. La tentazione del razionalismo: ragione, illusione, morte – A volte, è vero, e a più riprese nel corso della sua vicenda umana e poetica, il nostro autore cede alla disillusione e all’amarezza, fino ad arrivare ad ammettere che tutto è un’illusione e che l’unica soluzione possibile ai suoi drammi esteriori ed interiori è la morte, quella calma e pace che solo l’immagine della sera gli offre (“e mentre io guardo la tua pace, dorme/ quello spirto guerrier”– Alla sera, Odi e Sonetti, 1803), quella stasi che promette assenza di dolori e sensazioni (“perché sente che il moto sta nella vita e la tranquillità nella morte” – Dell’origine e dell’ufficio della letteratura). Egli ritiene, infatti, che la pace dell’animo si raggiunga solo con la morte e che fino ad allora si continuerà a struggersi di domande, illusioni e risposte mai trovate.

In queste occasioni il poeta si lascia andare alla spinta della razionalità, che gli proviene dal clima illuminista di cui è imbevuta la sua stessa formazione culturale e filosofica giovanile e che permea tutto il clima intellettuale dell’epoca. 

Ma il filo lucido e logico dei suoi pensieri lotta con l’aggrovigliato ardore dei suoi desideri, ai quali non può voltare le spalle, anche se irraggiungibili: il cuore non può mai essere soppresso!
MA CHE COS’È CHE LO SALVA? COS’È CHE LO ANIMA SEMPRE ANCHE NELLE DIFFICOLTÁ? COSA COSTITUISCE LA SUA BUSSOLA, IL SUO FARO, PUR NELLE INTEMPERIE DELLA SUA VITA?

5. La sua bussola: il cuore di fronte alla bellezza – “Parea che la notte seguita dalle tenebre e dalle stelle fuggisse dal sole che uscia nel suo immenso splendore dalle nubi d’oriente quasi dominatore dell’universo; e l’universo sorridea.[…] io compiango lo sciagurato che può destarsi muto, freddo e a guardare tanti benefici senza sentirsi gli occhi bagnati dalle lagrime della riconoscenza.” (Ultime lettere di Jacopo Ortis, 20 Novembre 1797). 

“...se tu avessi com’io, veduto Teresa nell’atteggiamento medesimo, presso un focolare, anch’ella appena balzata di letto, così discinta, così – chiamandomi a mente quel fortunato mattino mi ricordo che non avrei mai osato respirar l’aria che la circondava e tutti tutti i miei pensieri si univano riverenti e paurosi soltanto per adorarla – è certo un genio benefico mi presentò l’immagine di Teresa.” (Ultime lettere di Jacopo Ortis, 11 dicembre 1797).



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