BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Jacopo Ortis e noi: siamo destinati a morire di illusioni?

Pubblicazione:

Ugo Foscolo (immagine d'archivio)  Ugo Foscolo (immagine d'archivio)

Illusioni - Vi amo. A queste parole tutto ciò ch'io vedeva mi sembrava un riso dell'universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch'egli si spalancasse per accoglierci!” (Ultime lettere di Jacopo Ortis, Prima Parte, 14 Maggio, a sera)

“Dopo quel bacio io son fatto divino. […] Mi pare che tutto s'abbellisca a' miei sguardi” (Ibidem, Prima Parte, 15 Maggio)

Ecco, nel suo agitarsi, Foscolo ha incontrato qualcosa, qualcosa di bello e di vero: ha baciato Teresa! Finalmente è arrivato a quello che più desiderava da tanto tempo. È stato accanto a lei, l’ha ammirata, l’ha amata, l’ha desiderata e lei gli ha risposto: “Vi amo”. Cosa ci poteva essere di più per Jacopo che essere ricambiato dall’amore di Teresa? A queste parole lui si risveglia, sente che il suo cuore parte a mille, tutto gli sembra un riso dell’universo, tutto si abbellisce ai suoi sguardi, la natura è meravigliosa. Foscolo non può che ringraziare per questa bellezza che ha conosciuto: Foscolo ringrazia il cielo e gli pare addirittura di essere accolto in Paradiso.

Dopo quel bacio lui è fatto divino, non può negarlo: sta passeggiando sovra le stelle.

“Abbellisce le cose che si sono ammirate ed amate; […] tenta di mirare oltre al velo che ravvolge il creato; e […] crea le deità del bello, del vero, del giusto e le adora; crea le grazie e le accarezza […] aspira all’eternità; […] vola oltre le dighe dell’oceano, oltre le fiamme del sole, edifica regioni celesti, e vi colloca l’uomo e gli dice: “Tu passeggerai sovra le stelle”. (Dell’origine e dell’ufficio della letteratura)

Tutto è più bello, tutto è di più, tutto è più vero e Foscolo se ne accorge e lo adora, aspira all’eternità, edifica regioni celesti e passeggia sovra le stelle. Ha baciato Teresa!

“Edifica regioni celesti, e vi colloca l’uomo e gli dice: “Tu passeggerai sovra le stelle: così lo illude”. (Ibidem)

Così lo illude! Ma come è possibile che sia tutto un’illusione? Foscolo si trova di fronte a quanto di più concreto ci sia, e lo definisce un’illusione. Cos’è che gli impedisce di restare sul fondo di ciò che ha incontrato? Cosa gli impedisce di continuare a passeggiare sovra le stelle? È questo che non ci soddisfa di Foscolo: egli mette un limite a ciò che con tanta attenzione ha osservato lasciandosi stupire. Come può un attimo prima scendere così nel profondo e poco dopo tornare a galla, come può salire così in alto e poi precipitare di nuovo nel nulla?

Noi, rimasti delusi da questa contraddizione, abbiamo indagato e ricercato quale fosse la causa del suo limite. Ci siamo accorti così che il problema nasce ancor prima della vera illusione: c’è infatti un filtro, un pregiudizio intrinseco nel poeta che gli pone dei limiti già nella sua prima osservazione. Questo filtro è un’insicurezza, una diffidenza verso la realtà: Foscolo fin dall’inizio non è sicuro di nulla. Ce ne siamo accorti a partire da alcune parole che utilizza nel descrivere quello che vede e sente: “ciò ch'io vedeva mi sembrava […] mi parea ch'egli si spalancasse per accoglierci” e “Mi pare che tutto s'abbellisca a' miei sguardi”. Questi “sembrava”, “parea”, “pare” sono indice dell'insicurezza, della diffidenza di Foscolo circa ciò che vede, ciò che si spalanca, ciò che s'abbellisce e diventano un pretesto, una scusa per poter poi rinnegare ciò che si è visto. È infatti impossibile negare una cosa che esiste, ma se una cosa sembra esistere allora è facile: è un'illusione!

Ecco quindi che ci è sorta un'ultima domanda: “Cos'è quindi che spinge Foscolo a diffidare della realtà? Cos'è che gli impedisce di credere a quello che vede e sperimenta?”

La prima e immediata risposta che abbiamo trovato è “la cultura materialista”; cioè quel pensiero comune e diffuso ai tempi di Foscolo che nega tutte quelle cose che non sono misurabili in modo scientifico e univoco. Tutte queste cose non commensurabili, come l'amore, la fiducia, la felicità, sono quindi solo “puri nomi”, non esistono, sono illusioni.

Però un'analisi più attenta ci ha fatto scoprire che questa diffidenza di Foscolo non deriva solamente da una mentalità popolare. Certo, la cultura materialista lo spinge a negare ciò che non è misurabile, ma, alla fine, è Foscolo che decide: è lui che alla fine sceglie di negare ciò che vede, non è la cultura che glielo impone, è lui che sceglie di affermare quella cultura. Ciò risulta palese dalle stesse parole di Jacopo Ortis sopra citate, ma lette con un accento diverso: “mi sembrava”, “mi parea”, “Mi pare”. Il “mi” cambia il significato, cambia la portata di queste parole, rende evidente che è lo stesso Foscolo ad illudersi e non che la realtà è illusoria in se stessa.

C'è dunque questo limite in Foscolo, questa diffidenza che gli impedisce di affermare ciò che ha visto, che gli impedisce di rimanere nel profondo, che gli impedisce di restare sovra le stelle. Così Foscolo si ferma e torna indietro, torna a galla, torna a terra: questo gli impedisce di compiere un cammino, non resta altro che agitarsi e agitare.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >