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SCUOLA/ Jacopo Ortis e noi: siamo destinati a morire di illusioni?

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Ugo Foscolo (immagine d'archivio)  Ugo Foscolo (immagine d'archivio)

Fantasia -  Cos'è quindi che rimane? Se la realtà è solo un'illusione, se nulla è vero, se tutto è solo apparenza, allora non rimane nulla, rimane solo la morte, oppure rimane l'illusione, la stessa illusione. In altre parole, questa diffidenza porterebbe all'autodistruzione (la morte, il suicidio istantaneo), a questo porterebbe la ragione materialista, ma qualcosa in Foscolo si oppone, come un peso, a questa fine. Lui non capisce subito che cosa sia questo “peso” ma, in qualche modo, non vuole subito cedere alla morte. Foscolo non crede alle illusioni, ma vorrebbe crederci. Perché vede che in quelle illusioni c'è l'unica possibilità per la sua vita (perché in altro luogo non è vera nessuna possibilità). Allora, mentre la sua ragione materialista, gli impone questa diffidenza, il suo cuore vuole liberarsi di questa ragione, vuole credere alle illusioni e invidia coloro che sono illusi così bene da non accorgersi che la realtà è solo una immensa finzione. È quindi presente un contrasto, una contraddizione irrisolvibile tra quello che la sua ragione gli impone e quello che il suo cuore vorrebbe.

Illusioni! grida il filosofo. - Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de' baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell'uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore” (Ultime lettere di Jacopo Ortis, Prima Parte, 15 Maggio)

Da questo passaggio risulta evidentissimo il fatto che Foscolo desideri illudersi e credere alle proprie illusioni, quindi proveremo a rispiegarlo con le nostre parole: tutto è un'illusione, dicono i filosofi, dice la cultura materialista, la fredda regione calcolatrice. Ma beati coloro (gli antichi) che sono riusciti ad illudersi (la bellezza, le grazie, il bello, il vero) così bene da credere (si credeano degni) veramente alle loro illusioni. È vero che gli antichi si sono creati tutto, si sono illusi, hanno usato la loro fantasia per creare quelle illusioni, ma si sono illusi così bene da crederci veramente. Ma beati loro! Beati loro che, almeno così, erano felici. Sì, è tutto un'illusione, ma se non ci fosse quest'illusione la vita sarebbe solo dolore. Ecco perché Foscolo desidera illudersi e lo fa (come gli antichi) attraverso la fantasia, attraverso la letteratura.

“E la fantasia del mortale […]  abbellisce le cose […]  tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato […]  crea le deità del bello, del vero, del giusto, e le adora; crea le grazie, e le accarezza; elude le leggi della morte […]  aspira all’eternità […]  edifica regioni celesti, e vi colloca l’uomo e gli dice: “Tu passeggerai sovra le stelle: così lo illude, e gli fa obbliare […] con l’incantesimo della parola” (Dell’origine e dell’ufficio della letteratura)

Così Foscolo tenta di illudersi, così, con la fantasia e con l'incantesimo della parola, abbellisce le cose (che, in realtà, secondo la ragione non sono belle), così riesce a guardare oltre il velo (la fredda  ragione) che oscura la realtà, così crea le divinità del bello, del vero, del giusto e le riconosce, crea le grazie, supera la morte, aspira all'eternità, passeggia sovra le stelle. Grazie alla fantasia si illude, si muove, si agita, scende nel profondo, sale fino alle stelle. Ma la fantasia non è abbastanza pesante per tenerlo giù, la fantasia ha bisogno di non essere solo fantasia, la fantasia deve essere realtà! Ma Foscolo non riesce a credere alla realtà, la sua diffidenza, la sua ragione glie lo impedisce e quindi molla la presa, abbandona il suo cuore e torna indietro, abbandona i suoi sentimenti e torna a galla, abbandona la bellezza e ricade, abbandona la sua vita e muore.

 

Conclusione - “Ho amato! tu stessa, tu mi hai presentata la felicità; tu l'hai abbellita de' raggi della infinita tua luce; tu mi hai creato un cuore capace di sentirla e di amarla; ma dopo mille speranze ho perduto tutto ed inutile agli altri, e dannoso a me, mi sono liberato dalla certezza di una perpetua miseria” (Ultime lettere di Jacopo Ortis, Seconda Parte, Venerdì, ore 1)

Queste parole ci sembrano sintetizzare tutta la contraddizione presente in Foscolo: da una parte è palese il suo sguardo attento e "altus", dall'altra è evidente il suo limite, la sua incredulità e quindi il rinnegamento di ciò che ha visto.

In Foscolo manca la fiducia in quel peso più grande di lui per non tornare a galla. Non lo riconosce e dunque è costretto a crearsi le sue illusioni, "crea le deità del BELLO e del VERO". Quindi nel momento in cui la sua fantasia non è più in grado di soddisfare il suo desiderio, nel momento in cui si accorge che c'è un divario troppo grande tra ciò che vede e ciò che immagina, in quel momento finisce lo slancio che la fantasia e l'illusione sono in grado di dargli, quindi finisce il suo movimento, finisce il suo agitarsi e dunque non rimane che la morte.

Noi desideriamo un'attenzione come quella del poeta, ma ancor più desideriamo che quell'attenzione lasci qualcosa dentro di noi, qualcosa che duri.

Noi vogliamo essere in questo diversi da Foscolo, vogliamo fidarci di quel peso che ci tiene a fondo, quindi della nostra esperienza che ci ha dimostrato più volte che la realtà è vera, non è illusione: quando seguiamo una bella ragazza che ci colpisce, se coltiviamo sul serio il rapporto non rimaniamo delusi, ma possiamo essere felici con lei.

Solo fidandoci, impegnandoci con ciò che ci sorprende, possiamo scoprire la bellezza e rimanere a fondo, rimanere sovra le stelle.



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